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  • Sara Vergari

Alma & Pavese (III Appuntamento)

La terra e la morte. Nove poesie per Bianca Garufi


Nell’agosto del 1945, dopo la Liberazione, Pavese si trasferisce a Roma per coordinare la sede di Einaudi della capitale. Sarà un anno di intenso lavoro in cui maturerà anche la nascita della celebre Collana Viola con Ernesto De Martino. Nella stessa sede lavora Bianca Garufi, figlia di una famiglia aristocratica siciliana e futura psicanalista junghiana. Dal loro incontro nascerà quella «bellissima coppia discorde», come scrive Pavese in una lettera, un romanzo scritto a quattro mani (Fuoco grande) e nove poesie dedicate alla Garufi e pubblicate come La terra e la morte. I due si frequentano quotidianamente solo nell’autunno del 1945, perché con l’inizio del ’46 Bianca Garufi si licenzia da Einaudi e si trasferisce in un piccolo comune nella provincia di Genova; allo stesso periodo appartiene la scrittura di questi nove componimenti. Il «meraviglioso» autunno del ‘45 passato insieme è testimoniato anche da una fitta corrispondenza epistolare, come se il loro dialogo quotidiano dal vivo avesse bisogno di proseguire in una forma più intima, segreta, più letteraria. Il 21 ottobre Pavese scrive una lettera in cui si riconosce la sua indole sofferente, ma in cui si accende un bagliore di speranza che l’amore gli ha concesso solo per brevi intermittenze:


Ma vedi io non sono mai stato abituato a un contatto come il nostro. Io ho sempre soltanto combattuto in queste cose. Potrei dire che sono tutto cicatrici e stanco, stanco forse quanto te. Ma che cosa significherebbe? La condizione umana è di esserlo sempre, di esserlo tutti, ma anche di risorgere sempre, di riaprire gli occhi ogni mattino. Di stare dritti sulle gambe. Carissima, hai detto: la vita sull’argine del fiume. E perché sia così devi un poco abbandonarti come la corrente del fiume. Devi scorrere, uguale, umile e superba. Non devi mai credere che i miei occhi si figgano nella tua corrente con avidità o con smania. Non è così che si guadano i fiumi. Ai fiumi ci si abbandona; io mi abbandono a te, tu senza saperlo hai la forza di portarmi.

(Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi 1945-1950, Leo S. Olschki editore, 2011)


Venendo alle poesie, queste costituiscono un piccolo nucleo fondamentale per una caratterizzazione della donna diversa da quella delineata in Lavorare stanca, dove prevaleva una rappresentazione decisamente degradante del genere femminile, ridotto a madre o a prostituta. La donna si era delineata soprattutto a partire dal rapporto di coppia, impossibile per Pavese, e ne era risultata una doppia assimilazione tra donna-natura e donna-selvaggio. Complici le disastrose esperienze amorose a partire da quella con Tina Pizzardo, la «donna dalla voce roca», che in qualche modo continuerà a segnare tutti i rapporti successivi fino all’ultimo, quello con l’americana Constance Dowling di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Con le nove poesie di La terra e la morte, scritte nello stesso periodo in cui sta lavorando ai Dialoghi con Leucò, Pavese inizia a delineare la donna, Bianca Garufi, con il volto di una dea precisa, Leucotea. Il riferimento più immediato consiste nell’etimologia della parola, là dove leukòs in greco significa bianco. Tuttavia, è interessante ripercorrere anche il mito della dea, che non manca di associazioni con la Garufi: originariamente donna mortale con il nome di Ino, diviene divinità dopo essersi gettata in mare. La dea marina viene invocata spesso dai marinai e infatti la ritroviamo nell’Odissea, pronta ad aiutare Ulisse a farlo approdare all’isola dei Feaci. Dea buona del mare della Sicilia, Bianca Garufi viene presentata così nel corso della breve raccolta a lei dedicata: «Terra rossa, terra nera / tu vieni dal mare», «Sempre vieni dal mare», «Ogni volta rivivi / come una cosa antica / e selvaggia, che il cuore / già sapeva e si serra», «Fin che ci trema il cuore. / Hanno detto un tuo nome. / Ricomincia la morte. / Cosa ignota e selvaggia / sei rinata dal mare». Nella copia dei Dialoghi con Leucò regalata a Bianca Garufi si leggerà la dedica «A Bianca Circe-Leucò», a conferma che l’identificazione tra la donna e la dea verrà proseguita e ampliata in quest’opera di poco successiva.

Certamente, come dicevo, si tratta di un Canzoniere d’amore che si distingue dalla produzione poetica precedente e che vive della spinta e della forza passionale amorosa, politica e della Roma di quell’autunno del ’45, come riporta un passo del Diario al 17 dicembre 1949: «l’esplosione di energie creative bloccate da anni […] che ti ridiedero una verginità passionale e colsero l’occasione mista di donna, Roma, politica e turgore Leucò». Di fatti, si possono leggere alcuni passi molto intensi e rari nell’opera pavesiana, pieni di spinta vitale e di forza combattiva: «Ogni volta è uno strappo, / ogni volta è la morte. / Noi sempre combatteremo. / Chi si risolve all’urto / ha gustato la morte / e la porta nel sangue.», e ancora «Combatteremo ancora, / combatteremo sempre». Tuttavia, fin dal titolo è presente l’incombenza della morte che sempre lo accompagna e che toglie ogni forma di illusorietà alla tematica amorosa. Ugualmente la donna, che già viene presentata in forma divina e non umana, risulta oscura e irraggiungibile, così come il rapporto con lei non sembra mai del tutto realizzabile. Ecco che ancora una volta amore e morte, gioia e dolore, luce e ombra si incarnano nella donna, la figura più problematica per Pavese e con cui mai riuscirà a vivere una quotidianità. Spesso in questi componimenti si rivolge a lei come una creatura imprendibile, respingente, dura: «Tu sei come una terra / che nessuno ha mai detto», «Hai viso di pietra scolpita, / sangue di terra dura, / sei venuta dal mare. / Tutto accogli e scruti / e ripudi da te / come il mare. Nel cuore / hai silenzio, hai parole / inghiottite. Sei buia. / Per te l’alba è silenzio». Non c’è da stupirsi se in soli nove testi, e nonostante il periodo di scrittura corrisponda alla frequentazione felice con Bianca Garufi, Pavese riesca a far convivere opposti, a farli dialogare e a esserne attraversato. La vita e la scrittura di Pavese sono costantemente attraversate da nuclei contrastanti e compresenti, perché nessuna gioia e nessun amore hanno mai allontanato del tutto da lui l’ombra della morte. Ma la sua scrittura sì, è riuscita a vincere quella compagna insidiosa.



Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.


*


Sei la terra e la morte.

La tua stagione è il buio

e il silenzio. Non vive

cosa che più di te

sia remota dall’alba.


Quando sembri destarti

sei soltanto dolore,

l’hai negli occhi e nel sangue

ma tu non senti. Vivi

come vive una pietra,

come la terra dura.

E ti vestono sogni

movimenti singulti

che tu ignori. Il dolore

come l’acqua di un lago

trepida e ti circonda.

Sono cerchi sull’acqua.

Tu li lasci svanire.

Sei la terra e la morte.

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