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  • Sara Serenelli

Alma & Pasolini (II Appuntamento)

POESIE A CASARSA: L'ESORDIO POETICO DIALETTALE DI PIER PAOLO PASOLINI


Lingua


[…]

Tu, orribile statua, sei la morte

nel mio passato, io non voglio più

volerti, voglio il mio silenzio nudo,

il silenzio del fanciullo che un’Europa

senza statue accendeva con l’aurora,

del fanciullo che in dialetto vola

sul suo vergine cuore senza mondo.

Rinnego tutto quanto ho confessato

per commuoverti, rinnego il mio peccato

e il mio rimorso: sarò avorio anch’io,

avorio di un fanciullo ignoto a Dio[1].


[…]


Questi significativi versi tratti da Lingua, componimento raccolto all’interno de L’usignolo della Chiesa Cattolica, sottolineano, seppure a una diversa altezza temporale rispetto a quella dell’esordio poetico pasoliniano, l’importanza e la centralità che ha rivestito lo strumento espressivo dialettale per Pier Paolo Pasolini e ancora il valore privato di cui questo si carica in quanto «esso resta prima di ogni altra cosa lingua individuale, idioletto»[2]. Il mezzo di espressione privilegiato e al contempo prezioso di quel fanciullo che Pasolini sembra dirci era in grado di volare solo in dialetto. Si potrebbe difatti affermare che gli esordi friulani abbiano rappresentato il periodo più felice sia dal punto di vista poetico che esistenziale per il poeta de Le ceneri di Gramsci. Ma quale dialetto in particolare decide di adoperare Pier Paolo Pasolini per dare forma al suo intento poetico degli esordi? È Pasolini stesso a venirci in aiuto e a chiarirci questa sua scelta nella Nota che accompagna il libretto Poesie a Casarsa del 1942, che varrà la pena di leggere per intero:

L’idioma friulano di queste poesie non è quello genuino, ma quello dolcemente intriso di veneto che si parla nella sponda destra del Tagliamento; inoltre non poche sono le violenze che gli ho usato per costringerlo ad un metro e a una dizione poetica.

Vorrei inoltre invitare il lettore non friulano a soffermarsi sopra certi vocaboli, come «imbarlumìde», «sgorlâ», «svampidìt», «tintinulâ», «rampìt», «mìrie», «albàde», «trèmul», etc. che io, nel testo italiano, ho variamente tradotti, ma che, in realtà, restano intraducibili[3].


La Nota introduce immediatamente alla complessità dei problemi linguistici legati alla scelta dialettale pasoliniana. Un dialetto, che per stessa ammissione di Pasolini, è stato violato per essere costretto a una forma più poetica e soprattutto viene sentito dal poeta come intraducibile. Eppure questa intraducibilità non si esplica tanto o per lo meno non solo in termini puramente linguistici -Pasolini lavora in modo molto attento alle traduzioni italiane che accompagnano i suoi primi testi in dialetto-; questa intraducibilità denunciata nella noticina, avverte Franco Brevini, «non era quella del vernacolare, bensì quella della soggettività lirica»[4]. Sì, perché in realtà il friulano Pasolini non lo conosceva fino in fondo e soprattutto non lo parlava. L’uso del friulano rimanda in qualche modo al rapporto profondo che Pasolini aveva costruito -anche poeticamente- con la madre ed esso finisce per configurarsi in equazione come il parlar materno. La speciale koinè dialettale che Pasolini crea si pone come elemento trascendente la cui pronuncia poetica rimanda nel frattanto e implicitamente al momento primordiale nel quale le lingue romanze si esprimevano per la prima volta «con strumenti linguistici ancora vergini» e caratterizzati da una «antica, non ancora contaminata innocenza»[5]. Afferma difatti Fernando Bandini, nella Introduzione all’opera omnia delle poesie pasoliniane per I Meridiani Mondadori, che «il poeta è félibre proprio nel senso etimologico della parola»[6], ovvero nel suo primo significato di «poppante», «neonato». Il verbo «fellare» difatti originariamente e prima di caricarsi di significati altri e osceni, rimandava all’atto del «succhiare» e del «poppare». Considerazione che ci riporta a quanto sopra si accennava, ovvero al legame che questa scelta dialettale instaura con il parlar materno e con la figura della madre. Una scelta dunque quella dialettale che implica il rimando alle origini, alla genesi dove il friulano si pone «come latte, come nutrimento». Bandini può difatti a ragione affermare che «in principio era la parola e la parola era presso la madre»; va notato tuttavia che sebbene questa proposizione rimanga vera nella sua istanza più profonda, dall’altro lato si poggia su una contraddizione: la madre di Pasolini non parlava il friulano bensì il dialetto veneto «come spesso accadeva nelle famiglie piccolo-borghesi che usavano la parola veneta quasi come un blasone di classe rifiutando il friulano, lingua dei contadini poveri»[7]. Ed eccoci di nuovo messi innanzi a quella presunta intraducibilità a cui il poeta stesso fa riferimento nella Nota di accompagnamento in Poesie a Casarsa. Pasolini sceglie il friulano come suo primo mezzo espressivo tra gli altri motivi anche per rendersi intraducibile, e forse anche più difficilmente decifrabile all’interno delle mura domestiche: «è una lingua che il poeta non parla e che sceglie per farne il suo specchio privato e segreto, lontano dagli occhi materni»[8]. Una pronuncia poetica quindi che si può per un certo verso definire personale, investita da una intensa soggettività e che arriva a delinearsi come una lingua che il poeta sente e pensa come sua, e sua soltanto. Una scelta che è un atto di trasgressione. Una scelta, quella del dialetto, che si carica del valore polemico del rifiuto e che al contempo tenta una via per avvicinarsi a un linguaggio vero, inesplorato, vergine. Pasolini apprende difatti il friulano dalla lingua viva parlata dai suoi coetanei, lo studia a partire da grammatiche e glossari attraverso un procedimento simile a quello che lo porterà alla costruzione del romanesco per i suoi romanzi. La dolce lingua materna è anche la lingua dell’innocenza, l’affermazione di una diversità e di una eresia giovanile che non può che esprimersi anche a livello linguistico per mezzo di una scelta anomala. Da un lato, come ci porta a riflettere Gian Carlo Ferretti, c’è il peccato innocente, «perché incosciente e precosciente» del friulano e dei fanciulli che ne sono i depositari; dall’altro il peccato colpevole «perché consapevole, cosciente», degli adulti e dei padri la cui lingua è l’italiano[9]. Una scelta dunque che delinea in Pasolini la volontà di abbracciare «il mito di un’innocenza che, minacciata costantemente dalla corruzione adulta, può salvarsi soltanto nel non-divenire, nel non-mutare, e perciò anche nella fissità della morte»[10], un mito che in ultima istanza va a coincidere anche con una sorta di religiosità eretica. D’altro canto la scelta dialettale aveva anche il preciso intento di superare un disagio storico: quello indotto dall’esaurimento del lessico aulico che aveva il suo serbatoio prediletto in Petrarca e nel petrarchismo, e che era ormai divenuto compromesso, usurato e inabile al dire davvero in poesia. Il proposito pasoliniano era quello dunque di esprimersi con una lingua inedita che permettesse al poeta «di annettersi territori non conquistabili dall’italiano poetico di quegli anni»[11] e contemporaneamente di tradurre in versi «l’urgenza di stimoli che giungevano dalla vita, mai dalla letteratura»[12]. Era «la protesta contro il monolinguismo, di cui comunque il dialetto, pur novecentisticamente impiegato si carica, che tende a rifiutare una riproduzione obbediente dei più tipici motivi novecenteschi»[13]. Ricorrere al casarsese era in sintesi rifiutare «il vuoto di vita che l’usura della tradizione imponeva alla lingua della poesia»[14], e ancora una volta e anche in questo senso lo possiamo riconoscere come atto rivoluzionario. Un gesto trasgressivo che fa del Friuli la terra edenica, l’Heimat, la terra natale di adozione. Uno strumento di espressione tramite il quale dare la giusta risonanza interiore di quanto è intensamente partecipato, che permette di dare rispondenza e maggior risalto alle sonorità che provengono da di dentro e che sono quelle che appartengono alla maggiore poesia. La parlata dialettale consente a Pasolini di scoprire e sondare una realtà nella lingua sua propria e risponde non tanto a una esigenza di evasione quanto più all’espressione di un bisogno profondo di diversità. In Pasolini difatti il casarsese, avvolto da una suggestione di primordialità, si fa lingua senza tempo, senza luogo, per quanto ossimorico possa sembrare, senza pregiudizi: essa è una lingua non corrotta dalla coscienza poetica, la modalità privilegiata con la quale si concretizza il pasoliniano sogno di un tempo incorrotto. Questo sogno avvicina il poeta a una lingua che nessuno ha mai adoperato per scrivere o esprimersi e che sembra appunto rimandare alla infanzia della società stessa. Una lingua per certi versi preumana che è prossima al mitico momento delle prime parole adamitiche. Una lingua infante, appena nata, che ha da poco veduto la luce. Sembrerebbe che Pasolini si serva della lingua per esprimere un mondo perduto, il «prima del nostro esistere nel mondo»[15]. Come molti hanno ravvisato questa è un’operazione che si compie mediante un movimento regressivo che dall’italiano “vola” al dialetto; regressione che però si compie con il preciso intento di ritornare e di fare propria una lingua che il poeta sente come più vicina al mondo. Il friulano come simbolo del «pais» dell’anima, terra delle origini e dell’innocenza, emblema del sentimento nostalgico che investiva quella poesia:


Il suo regresso da una lingua a un’altra - anteriore e infinitamente più pura - era un regresso lungo i gradi dell’essere. Ma era questo il suo unico modo di conoscenza: se alle origini della sua sensualità c’era un impedimento a una forma di conoscenza diretta dall’interno all’esterno, dal basso all’alto - l’effusione, il calore puro e accecante dell’adolescenza; se uno schermo era caduto tra lui e il mondo verso cui provava una così violenta, infantile curiosità. Non potendo impadronirsene per le vie psicologicamente normali del razionale, non poteva che reimmergersi in esso: tornare indietro: rifare quel cammino in un punto del quale la sua fase di felicità coincideva con l’incantevole paesaggio casarsese, con una vita rustica, resa epica da una carica accorante di nostalgia. Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno a una lingua più vicina al mondo[16].


Pasolini affida dunque ogni intenzione e sogno ai colori e alla pronuncia di una lingua «appartata e vergine, cristiana e romanza», che «costituisce il testo ed è insieme qualcosa che lo trascende: una cosa aliena sentita, nella suggestione di una perdurante adolescenza, come lingua celeste». Bandini sottolinea la vicinanza di questo intento pasoliniano degli esordi a quello della poesia spagnola di Lorca, Jiménez e Machado che spiegherebbe anche «perché il friulano di Pasolini -almeno all’altezza degli esordi - sia così privo di ogni corrivo abbandono al canto, rifugga da ogni macchia vernacolare, si presenti così compatto ed essenziale»[17]. A questo proposito si esprimeva anche Contini, primo e importantissimo recensore di Pasolini che affermava emblematicamente come «in questo fascicoletto si scorgesse la prima accensione della letteratura «dialettale» all’aura della poesia d’oggi, e pertanto una modificazione in profondità di quell’attributo» mentre definiva la lingua pasoliniana di quel primo libretto «quasi marmorea, che s’affranca senza lotta dai ritmi canonici delle abitudini paesane»[18]. Ritmi che già ci dicono di quel sentimento «della nascita al mondo come perdita, come espropriazione»[19] che si accrescerà nel tempo. Casarsa è il paese che rappresenta la gioventù e nel quale il poeta si identifica:


Dedica


Fontàne d’àghe dal mè paîs.

A no è àghe pi frès-cie che tal mè paîs.

Fontàne di rùstic amôr[20].


L’identificazione iniziale del soggetto in quella fontana esprime un amore innocente e naturale. La stessa Dedica però riscritta sotto una nuova forma da Pasolini nel 1974 in La nuova gioventù, acquisisce tutto un altro significato, denunciando la totale perdita d’identità, l’aridità e l’improduttività dell’amore:


Dedica


Fontana di aga di un paìs no me.

A no è aga pì vecia che ta chel paìs.

Fontana di amòur par nissùn[21].


Il Friuli, che era stato il luogo di felicità e l’Eden del fervore al contempo poetico e intellettuale, diviene difatti anch’esso specchio, a una certa altezza storica, di dolori e inquietudini. Uno scarto notevole: un paese che diventa non mio, una fontana di amore rustico che diviene fonte di amore per nessuno. Casarsa sinonimo al contempo di piacevolezza e di tragicità, un luogo dove covare il dolore e dove il poeta compie gli atti e le azioni del suo narcisismo. Un paradiso terrestre che a una certa altezza temporale si rovescia nei suoi connotati e il poeta vi sprofonda: d’altronde Pasolini era stato cacciato da quel paradiso già nel 1949 per i fatti di Ramuscello. È la caduta dell’uomo e l’origine del sacro.


Pier Paolo Pasolini

[1] P. P. Pasolini, Lingua in Id., L’usignolo della Chiesa Cattolica, Milano, Longanesi, 1958, ora in Id., Tutte le poesie, a cura di W. Siti, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol. I, pp. 447-449, pp. 447-448. [2] F. Brevini, La lingua che più non si sa: Pasolini e il friulano, in «Belfagor», vol. 34, n. 4, 31 luglio 1979, pp. 379-409, p. 407. [3] P. P. Pasolini, Nota a Id., Poesie a Casarsa, Bologna, Libreria Antiquaria Mario Landi, 1942 ora in Id., Tutte le poesie, vol. I, cit., p. 193. [4] F. Brevini, La lingua che più non si sa: Pasolini e il friulano, cit., p. 407. [5] F. Bandini, Il “sogno di una cosa” chiamata poesia, saggio introduttivo a P. P. Pasolini, Tutte le poesie, cit., pp. XV-LVIII, p. XVIII. [6] Ibidem. [7] Ibidem. [8] Ivi, pp. XVIII-XIX. [9] G. C. Ferretti, L’eresia giovanile di Pasolini, in «Belfagor», vol. 44, n. 5, 30 settembre 1989, pp. 559-562, p. 559. [10] Ibidem. [11] F. Bandini, Il “sogno di una cosa” chiamata poesia, cit., p. XVII. [12] F. Brevini, La lingua che più non si sa: Pasolini e il friulano, cit., p. 403. [13] Ivi, p. 401. [14] Ivi, p. 403. [15]A. Panicali, L’ultima gioventù, in Perché Pasolini, a cura di G. De Santi - M. Lenti - R. Rossini, Firenze, Guaraldi, 1978, pp. 203-213, p. 204. [16] P. P. Pasolini, Poesia dialettale del Novecento, a cura di M. Dell’Arco e P. P. Pasolini e con Introduzione di P. P. Pasolini, Parma, Guanda, 1952, ora in Id., Passione e ideologia (1948-1958), Milano, Garzanti, I ed. 1960, si cita dalla edizione digitale, pp. 146-147. [17] F. Bandini, Il “sogno di una cosa” chiamata poesia, cit., p. XVI. [18] G. Contini, Al limite della poesia dialettale, in «Corriere del Ticino», 24 aprile 1943. [19] A. Panicali, L’ultima gioventù, cit., p. 203. [20] P. P. Pasolini, Dedica, in Id., Poesie a Casarsa, ora in Id., Tutte le poesie, vol. I, cit., p. 167; di seguito si riporta la traduzione che accompagna il testo: «Fontana d’acqua del mio paese. Non c’è acqua più fresca che al mio paese. Fontana di rustico amore». [21] P. P. Pasolini, Dedica, in Id., La nuova gioventù. Poesie friulane 1941-1974, Torino, Einaudi, 1975 ora in Id., Tutte le poesie, vol. II, cit., p. 407; di seguito si riporta la traduzione che accompagna il testo: «Fontana d’acqua di un paese non mio. Non c’è acqua più vecchia che in quel paese. Fontana di amore per nessuno».

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