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  • Immagine del redattoreMartina Toppi

«Una volta almeno dovremmo girarci per guardare indietro»: recensione a "Vivi al mondo" di Daniela Attanasio

Vivi al mondo (Vallecchi, 2023), raccolta con cui Daniela Attanasio si aggiudica la candidatura al Premio Strega 2024 per la sezione poesia, prende il via da una sequenza di orme. Il movimento del cammino tiene insieme in effetti le sette sezioni (più un poemetto prosastico e un’appendice) della raccolta, ma quello che la poeta offre alla lettura è un cammino fuori dagli schemi come già i primi versi denunciano: «ci sono cani che inseguono fantasmi e orme di piedi piccoli per terra / orme di bambini - / ecco da queste orme vorrei cominciare».

 

Inizia così, dunque, con movimento incerto e curioso il percorso della poesia di Attanasio, che è un percorso a ritroso, spinto dal desiderio di lasciare al verso la possibilità di ritracciare la mappa di ciò che è stato. Voltarsi però è impossibile: occorre camminare all’indietro, lasciando orme disconnesse, come il gioco bizzarro di un bambino, come il movimento misterioso di un fantasma. Impossibile staccare gli occhi dall’orizzonte nel percorrere le sette tappe di cui la raccolta si forma: “L’acqua della terra”, “Dopo di te”, “Loro. I poeti”, “Falsi sonetti”, “Un miracolo terrestre”, “Lunga lista”, “Lei, la poesia”.

Daniela Attanasio, Alma Poesia, Copertina

Il verso accompagna nel ripasso di un’esistenza passata dove il riconoscimento più straziante per la poeta è quello della concretezza che si è sfaldata in ombra, di una solitudine che accade quando non ce ne accorgiamo come «quella dell’acqua che nella cella del freezer / si cristallizza in un cubetto di ghiaccio». Il cambiamento più inopportuno che emerge dalla poesia è infatti quello che si nota solo qualora si abbiano gli strumenti necessari a ripercorrere all’indietro il tempo di una vita intera, come Attanasio stessa cerca di fare qui. È il tempo stesso a tirarla in questa faticosa scarpinata alla cieca, dove il passo è dettato dalla preveggenza di ciò che è già stato: è il movimento ossimorico di chi cammina all’indietro ma guardando in avanti, nella convinzione di ricordare ogni ostacolo, eppure trovandosi a sorpresa di fronte a buchi e inciampi già avvenuti, di cui però non ha un ricordo chiaro. Quello di Attanasio è quindi un esercizio della memoria sensoriale ed emotiva che fa emergere il tempo tra i principali protagonisti dei versi di “Vivi al mondo”. È il tempo inscritto nel linguaggio dei dettagli, quelli che si notano viaggiando in autostrada: «ho tenuto gli occhi aperti senza sbattere le palpebre / - sono stata eroica nella mia fissità - / anche se l’autostrada scorreva con un rumore d’acciaio / e le colline si coprivano di nebbia commemorando il passato / imitando il silenzio della fine».

 

Nei dettagli catturati dallo sguardo poetico si mettono insieme verità così specifiche e affilate da trafiggere il lettore con versi brevi («ci danneggiamo»), che si distaccano dalla maggioranza dei versi lunghi, tesi con l’enjambement all’a capo successivo, che sono invece il tratto distintivo della raccolta. È una raccolta, quella di Attanasio, popolata di pulviscoli e nuvole, reti di luce, ampie distese di tempo e spazio, ma anche di dettagli, come «un resto di sole impigliato nella rete dei rami». Dettagli e resti che però non possiamo cogliere se ci facciamo distrarre nel tentativo di ricordare dove mettere il passo successivo, per ripercorrere con precisione il cammino della vita: l’invito è, nonostante la paura di cadere, a proseguire nel cammino a ritroso, alla cieca. Per Attanasio, non importa il non vedere, il camminare all’indietro, perché per scrivere con disinvoltura «parole di senso sterminato senza alcun ritegno» occorre essere pienamente calati nel momento. Al poeta, secondo Attanasio, non è dato il tempo per pensare, ma solo quello per vivere. Ed è in questo tempo che lei riesce a ridipingere i quadri di una vita, momenti epifanici la cui spiegazione resta solo suggerita: un anziano malato, la signora sul marciapiede che parla da sola, le ombre di Parigi e i riflessi di un castello sull’acqua, o ancora le colline di San Casciano.

 

È tutto perfettamente concreto, vero, chiaro. La poesia non è finzione. Anzi, è una persona fisica, qualcuno che si incontra nel percorso accidentato dell’esistenza, in qualsiasi direzione la si prenda. A lei e ai suoi ministri la poeta dedica ben due sezioni della raccolta: nella seconda, “Lei, la poesia”, è una figura pallida e sottile, che con la borsa a tracolla abita come Alice dall’altra parte dello specchio e ha l’impetuosità ripida dell’acqua, l’incisività dei tagli di luce. È ritmo, anche: quello dei battiti del cuore che a più riprese tornano nei versi della raccolta, spesso distribuiti tra lenzuola disordinate, all’alba, quando passato e presente si sfiorano e spazio e tempo cessano di giocare al gioco delle linee parallele che non si toccano mai. Toccare è importante per Attanasio, sembra anzi essere, stando al suo dettato, la cifra caratteristica del poeta quella di «toccare la vita con ogni parte del corpo».

 

Il trucco della poesia è infatti non scordare la memoria sensoriale di ciò che è stato. E se mai dovesse accadere che i dettagli vadano persi  - «se noi scordassimo il sole d’estate che ci / scortava su una strada di sabbia / verso la tela azzurrissima del mare / se avessimo già scordato il riflesso viola dell’acqua / gettata sugli scogli dai tagli del vento / se volontariamente ci scordassimo / di sperimentare la bellezza della terra» - allora non ci resterebbe che voltarci indietro, come Orfeo, contro ogni consiglio, spavaldi nell’infrangere le regole: «una volta almeno dovremmo girarci per guardare indietro».

 

Sono consigli pratici, non ci si lasci ingannare dalla poesia che vive di immagini: quanto Attanasio offre al lettore nel verso sono indicazioni d’uso della vita e a confermarlo c’è la corporeità estrema della poesia. Sono tantissimi gli abbracci nella notte che vede e incapsula nel verso, da ogni angolazione possibile, anche perché la fonte della poesia stessa è per lei un bisogno che nasce dal «nodo» dei «corpi che si legano». E anche quando il corpo lascia lo spazio alla morte, che in questa raccolta di spazio ne occupa moltissimo, la poesia riempie il vuoto di immagini, sensazioni, frammenti di vita. Attanasio ha un verso per ogni morte: quella della madre, di una donna accoltellata alla gola, di un annegato. Nel porgere versi a ognuno di coloro che incrociano il suo cammino orfico all’indietro, Attanasio ritrova quel «modo di essere vivi al mondo» dettato dalla poesia.

 

Lo fa con un verso scandito dal ritmo dei battiti cardiaci, dall’immagine materica di ciò che è stato e che pulsa, ma anche di ciò che non ha fatto, non ha detto, o che comunque avrebbe voluto: «avrei voluto spostare lo sguardo dalla tua / schiena al tronco malato del platano ai pappagalli / che sono germogliati sui rami della magnolia / fermarmi davanti alla fontana di pietra ma le / ortiche si moltiplicavano sotto i piedi […]». La poesia di Attanasio, quando non taglia come raggio di sole, si espande come coltre di nuvole, è inarrestabile proprio come l’acqua ripida cui lei stessa la associa. Il verso aleggia sulla pagina al pari di chi lo scrive, che ripercorrendo all’indietro le proprie ombre si fa fantasma: Attanasio così rivede sé stessa, angosciata in una stanza, e con la sé del passato intreccia conversazioni impossibili, riconoscendo la tendenza tutta umana del dirsi “c’è tempo”, “c’è spazio”, ovvero di rimandare al domani la disperazione per sopravvivere un’ora in più: «attraverso la parete ascoltavi dalla sua voce / l’inizio di una storia eri chiusa in una stanza al / buio senz’aria non riuscivi ad articolare parola / grido o pianto in quel silenzio di polvere dicevi / devo risolvere questo problema di soggezione / devo alzare lo sguardo per ridisegnare le linee / geometriche della casa e il luccichio delle stelle».

 

Se anche non c’è mai un tentativo esplicito di rispondere all’interrogativo Heideggeriano del “perché i poeti?”, la risposta in queste pagine emerge come una margherita a primavera, con petali morbidi al tatto e profumati, nel silenzio dell’alba, dolcissima alla vista, come una promessa: «li devi leggere ascoltare / per reagire / non per capire», i poeti. I poeti di cui scrive Attanasio sanno, come diceva Hölderlin, che «dove è il pericolo, cresce / anche ciò che salva».

 

Mancano ora solo due elementi per concludere questa guida, si spera utile, alla lettura di Vivi al mondo e riguardano le due parti finali, che si sommano alle sette sezioni sin qui citate. La prima si intitola “Via del corallo” e ne fa parte un lungo poemetto in prosa dove la poeta ripercorre le confidenze e i contatti con Amelia Rosselli, nei suoi ultimi giorni di vita. Le righe densissime tendono alla prosa quasi in risposta a un desiderio che Rosselli stessa confessa: «oh potessi avere la leggerezza della prosa». Una leggerezza che è, stando alle parole di Attanasio, «l’altra faccia della scrittura, quella in cui chi scrive non viene buttato senza difese nella realtà piena della vita e del proprio io ma può contare sul confine certo di una storia, immaginata o vera che sia». Quest’ultima frase emerge però non nel poemetto, in cui il lettore è invitato ad aleggiare tra le stanze della casa in via del Corallo, la casa di Amelia Rosselli, scambiando con lei il ruolo del vivo fantasma e del morto presente, bensì nell’appendice della raccolta, intitolata “Di volta in volta”, dove Attanasio raggruppa aforismi, in forma di appunti, sulla poesia.

 

Sono, a dire della poeta stessa, «righe sbiadite scritte a matita» che la colgono di sorpresa, come un messaggio dal passato - dal 1997 per la precisione - che anticipa questa raccolta il cui perno ruota intorno a lei, compagna di vita e di viaggio: «La poesia si muove in uno spazio geografico e sensibile di misure universali».



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