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  • Alessandra Corbetta

Gli Esordi di Alma: “Gli occhi di mattina” di Simone Ruggieri

Gli occhi di mattina possiamo pensarli riposati o già stanchi, schiusi o socchiusi, vigili oppure ancora assonnati; certamente li immaginiamo pronti alla scoperta del giorno, curiosi di vedere il nuovo e di scovare quello che ancora non conoscono. Ma Gli occhi di mattina (Arcipelago Itaca, 2022), titolo dell’esordio in poesia di Simone Ruggieri, nell’osservare quello che c’è oltre, non dimenticano ciò che è venuto prima, poiché l’autore riconosce di essere una delle foci di un flusso di tradizione poetica imprescindibile e non ignorabile. Potremmo, a supporto di questo, menzionare Francesco Petrarca, Umberto Saba, Vittorio Sereni e Beppe Salvia, come del resto fa anche Alessio Alessandrini nella postfazione, nominare la struttura del canzoniere che Ruggieri riprende in variatio o ancora osservare il rigore fonico e lessicale mantenuto per tutta l’opera.

Potremmo cioè asserire che quello di Ruggieri sia un lavoro scaturente da una conoscenza consolidata e alla conoscenza teso, collocato in una dimensione cronologica ciclica dove il passato, poetico e non, diviene tassello fondamentale e propedeutico alla costruzione del futuro, letterario e non. A sorprendere, in questo ordine strutturale e stilistico, è però la famelicità del caos, nucleo semantico della raccolta e, contestualmente, cuore pulsante della stessa, che Ruggieri ha la grande destrezza di non riferire a un io solipsistico e monadico, bensì a un soggetto poliedrico e in movimento, capace di farsi carico di un peso – mi spingerei a dire – generazionale. In effetti, quelli di Ruggieri sono versi composti, educati (Alessandrini parla di una «poesia garbata»), eppure si fanno portavoce di peregrinazioni esistenziali complesse, costituite da domande più che da risposte, nelle quali il rapporto con l’altro, di tipo specialmente amoroso, diventa cartina tornasole per comprendere meglio il sé e il proprio posto nel mondo; intrichi relazionali proposti, dunque, senza nessuna nostalgia autobiografica o romanticheria di sorta, ma nell’intento che essi siano testimonianza di una molteplicità verosimilmente genetica alla nostra epoca capitalista e digitale, aperta a infinite possibilità che non si vogliono vedere concretizzate, perché se il tanto diventa uno, allora occorre prendersi la responsabilità della cura, il coraggio di tenere insieme. Nel «sempre possibile altrimenti», secondo la definizione che Giovanni Boccia Artieri fornisce del virtuale, gli orizzonti restano perennemente aperti e, sebbene nulla prenda forma, tutto potrebbe sempre essere. Alessandra, Federica, Eleonora, e con loro tutte le altre dame nominate da Ruggieri, non sono altro che l’incarnazione di un’era spezzettata, difficilmente ricomponibile, che affascina e spaventa al tempo stesso, in cui il frammento cessa di essere parte dell’unità che è stata per divenire esso stesso unità ultima e primigenia. In altre parole, potremmo dire che Ruggieri non inserisce la propria scrittura poetica all’interno dell’epoca attuale ma, attraverso i suoi versi, parla del nostro tempo, delle sue contraddizioni, delle sue difficoltà, scegliendo come punto di osservazione privilegiato quello di chi sta dentro o appena fuori dal sentimento amoroso che, nonostante distici, quartine e una reiterazione del verbo “mirare” - con tutti i valori semantici a cui rimanda -, viene inquadrato da Ruggieri nel frame di una dimensione tensiva e insolubile.

“C’è qualcosa che resta?” sembra chiedersi e chiederci Ruggieri con questo lavoro, “C’è un amore talmente solido e coraggioso da perdurare, da sopravvivere ai passaggi dell’esistenza?”; non si troverà una risposta nemmeno rileggendola la raccolta, eppure a essere rinvenuta sarà la convinzione che non si debba smettere di guardare con occhi sempre nuovi quello che accade e anche il già accaduto, perché un giorno diverso può arrivare solo se siamo in grado di accoglierlo dentro le nostre pupille.



Uno scacco,

un gesto indelicato,

poi ti svegli

e mi saluti alla partenza,

vicinanza litigiosa

e poi incanto e turbamento,

tu mettevi un giusto freno

agli scherni tra i fanciulli che eravamo,

tu che scendi dalle scale

col tuo abito sottile

la mattina della festa,

sei puntuale,

io mi attardo,

l’ansia sale alla coscienza.


*


Il mio sonno è la sua veglia.

Sta nelle cose, così sia.


Il messaggio parte tardi,

arriva presto la risposta.

Comunque in quel destino

in cui si desta e scrive,

e io disteso leggo,

si accorcia la distanza, vera.


E la grande illusione

deve essere sincera.


*


Ci sono delle cose da ricordare:

le quattro fasi della trebbiatura,

la vecchia e nuova Primavera Sacra,

l’odore persistente di una donna,

che regola il suo passo con il tuo,

le giuste proporzioni di una borsa.

Il giorno del tuo compleanno.


giugno-luglio 2013


*


Se immagino dall’alto del balcone

le valli, i corsi d’acqua e le pianure

che tracciano i confini in cui tu vivi,

e rendi poi paesaggio dei tuoi giorni,

inscrivo in questo spazio d’orizzonti

il volto tuo che splendido riposa,

si volge verso il sole dei suoi cari,

e lascia frutti giovani nel cuore.


Simone Ruggieri è nato nelle Marche, a Sant’Elpidio a Mare, nel 1989. Studia all’Università degli Studi di Macerata. Dopo la laurea triennale in Storia della critica letteraria, discussa nel 2018, è ora un laureando magistrale in Filologia moderna. Suoi interventi e recensioni, rivolti ad autori della letteratura e della filosofia italiana delle origini, del Novecento e dei nostri giorni, sono usciti per ‹‹La Rassegna della letteratura italiana››, con cui collabora dal 2019, e per ‹‹La Confederazione Italiana››. Gli occhi di mattina è la sua prima raccolta di versi, alcuni suoi testi sono stati pubblicati su ‹‹l’immaginazione››, n. 327, gennaio-febbraio 2022.

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