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  • Luca Gamberini

Nota di lettura a "L'innocenza dell'ombra" di Roberta Borgia

«L’esigenza di indagarsi, di indagare», e ancora «un denudamento mai definitivo»; con queste parole Giuseppe Manitta, nella prefazione, definisce la poetica di Roberta Borgia in L'innocenza dell'ombra (Il Convivio 2020),

Una poesia che sussiste sulla soglia o, per essere ancora più precisi e riprendere le parole di Manitta, che resiste in limine, esacerbando una condizione liminare, che va a nutrire il dibattito interiore, a tratti visionario, che mette in controluce per opposti la parcellizzazione dell’Io, specialmente dell’Io-poetico, perché Borgia è poetessa, sa di esserlo, e non fa nulla per omettere il suo ruolo.


Quel che certo m’affranca è la superba osti-

nazione d’abbandonarmi alla vita.

Come un’eroina bugiarda, alla quale si chiede

cosa sia il coraggio. Già sapendo che le sue

gesta nervose sono scivolate per caso dentro

l’istinto di sopravvivenza.


Borgia decide di aprire con potenza la sua raccolta, con questa poesia-manifesto dove viene riassunta – anche attraverso un enjambement tanto ricercato quanto elegante – la tendenza alla conoscenza, «d’abbandonarmi alla vita», pur nella piena consapevolezza del suo portato eroico (drammatico, dice giustamente Manitta, nella sua accezione greca di movimento) e allo stesso tempo bugiardo. Quasi come un convitato di pietra sullo sfondo si staglia il coraggio, il quale tuttavia dovrà fare i conti con «gesta nervose», le quali portano quasi per inerzia a quella resistenza alla quale poco fa si accennava: «l’istinto di sopravvivenza». La dura lotta della quotidianità che tenta di affermarsi, divenendo anzi processo di annichilimento positivo: «essermi scoperta servile al / divenire quotidiano».

Diventa quasi naturale, se non obbligato, un processo di ingresso nel Sé più intimo: «Nel silenzio / quello vero, quello da me cercato», in una pratica quasi ascetica di e-straniamento dal mondo. Il bisogno di approfondire che si fa a tratti anche faticoso da accettare, perché il quell’Io-interiore la Borgia ritrova «calci e sogni», come se gli uni fossero necessari agli altri, e viceversa. «E bave di sangue / sui fazzoletti», poesia fisica, perché fisico e non puramente psichico è questo rivolgere gli occhi dentro di sé. L’accettazione nichilistica si accentua: «Poi ti fermi e muori solo adulandoti».

Nella poesia (Quando corri via) vi è la manifestazione più palese di questa tendenza opposta e contraria, la solitudine e la folla:


Quando corri via da chi ha osato

definirti, quando chi vorrebbe amarti

sfida una tua macchia, un imbarazzo,


veloce ricerchi una folla, pur di

sentirti solo; un amico estraneo,

pur di scoprirti senza nome.


Io sono il segreto dietro cui

ti nascondi: dovrai trovarti fra le mie

parole, perché tu voglia riconoscerti.


Non fosse per la distanza temporale, sembrerebbe un eco della poetica delle maschere pirandelliane, dell’onirico – «il segreto dietro cui / ti nascondi» – che travalica il tempo e la vita diventa sfida: «una tua macchina, un imbarazzo». Borgia ne è consapevole, pienamente – a tratti ma allo stesso tempo meravigliosamente, troppo – che la verità stia «fra le mie parole», e che nulla di più complicato esista dell’agnizione con sé stessi, del volersi riconoscere: «perché tu voglia riconoscerti». Dialogo con sé stessi o poesia rivolta ad un Tu-Io immaginario? Il confine è labile. Ma lei non ha paura, il coraggio di cui sopra che ritorna, con una quasi ossimorica «assennata frivolezza» sa di potersi confrontarsi con «una nuova solitudine: / sono pronta».

Questa prontezza è leggibile come consapevolezza, come processo conoscitivo che ha raggiunto il suo scopo, la vita si può affermare perché la poesia – «su pagine vuote / pongo note convulse» – le ha consegnato gli strumenti più idonei. Senza paura può allora prestare orecchio ai gemiti (sembra di sentire gli epiteti paolini, con i suoi gemiti inesprimibili) che provengono dalla vita stessa, e lo dice con estrema forza fisica, mostrando la tangibilità di questi nel corpo tumefatto in Entità lieve:


Il corpo rigonfio

spira

sotto i venti…

Gemono

stordite

le mie reminiscenze.


Un corpo rigonfio come potrebbe essere quello di un cadavere anche, in putrefazione, che tuttavia re-spira sotto i venti. Puntini di sospensione che sono la soglia oltre la quale Borgia poi ci conduce affidandoci la sentenza. Le sue reminiscenze gemono, sì, ma sono stordite. È quasi una vittoria, pur dolorosa, perché nel suo grembo ha accolto il dolore, fisicamente mostrandolo anche ai fenomeni naturali, come il vento.

Tornando allora al tema della consapevolezza, chi se non il poeta può essere il predestinato per questo itinerario di interiorità? Chi se non colui che sappia scavare, limare le proprie ossa, affondare nell’oscurità della parola, chi se non lei – giustamente – può smontare il castello immaginario e affermare l’estensione che viene concessa a tutti di potersi indagare? In Allo specchio emerge potente il dialogo con questo suo alter-ego poetico:


Eccoli i miei occhi, che cercano formule

Bizzarre. E tu poeta, o che aspiri ad esser tale,


chi sei se non muti appresso al tempo?

O non senti il miasma del fuoco sui libri?

O cavalchi impietoso sulle incertezze dell’amore?


Allo specchio, la terra sembra piatta!

Voltati, gli occhi chiusi: sotto i piedi è grasso

o secco? O sporco di un asfalto che brucia?


Senti il vuoto e cadi? Sei poeta!

Non sei mago, non predichi visioni illusorie.

Sei tu per primo, in mezzo al mondo.


Viene quasi calciato via con forza il piedistallo magico sul quale aveva issato lei stessa con la poesia. Si rivolge alla sua parte poetica e si rivolge alla poesia, anzi alla Poesia personifica, che non è magia, che non predica «visioni illusorie», perché la poesia è fatta di carne, è fatta di piedi che sentono sotto di loro «grasso o secco», ma anche «asfalto che brucia». Quanti interrogativi, anaforici, che vengono poi sbalzati con prepotenza via dalla sentenza – tragica, anzi drammatica – rivelatrice. «Sei poeta! / Non sei mago».

Non è scienza alchemica la poesia ma è vita essa stessa per prima, «in mezzo al mondo». E proprio per questo suo essere inurbata nel mondo, può e sa come si faccia per arrivare al limitare della conoscenza senza bisogno di chissà quali formule.

La poesia di Roberta Borgia si mostra come un progetto conoscitivo, più che processo. È un tentativo che sa in partenza di non avere un porto sicuro, come afferma in una delle poesie conclusive, La speranza:


La sostanza è un elemento incerto:

muta nelle forme e nei confini


Difformità, mutevolezza, imprecisione e soprattutto soglia, limitare.

Da lì, da quella posizione il poeta diventa «Sentinella», come il componimento con il quale idealmente realizza la unione mistica tra vita e morte e l’affida al lettore:


Alla vita e alla morte

abbiamo dedicato tutto:


l’occhio che assorbe le

frattaglie umane, l’urlo


scatenato dalle pieghe

dei vestiti, l’atto empio


e sazio solo quando è stato

ravvisato. E non è bastato


stendersi sul selciato per

esserne travolti. La sentinella


mai è cieca e mai è sorda

se si consacra all’apprensione.


Confida in un’invasione

per ridestarsi.


Chi è la sentinella? Non è forse un’anima che cerca? Che indaga? Che attende? Non è forse essa stessa metafora di limitare? Di soglia? Ma una sentinella senza nemici all’orizzonte rischia di addormentarsi, e quindi per paradosso deve affidarsi a questi per restare sveglia: «Confida in un’invasione / per ridestarsi». Il mondo di fuori, l’atto concreto che entra e tiene accesi gli occhi dell’uomo, o forse più probabilmente del poeta, che non può che perpetuarsi in questo cammino, di avanti e indietro ciclici, nella speranza che qualcosa accada.



Roberta Borgia nasce a Messina nel 1982. Sue liriche sono state inserite in riviste, laboratori, blog letterari e hanno ottenuto segnalazioni in premi letterari come il Premio Dino Bavona, il Premio Internazionale Salvatore Quasimodo. La sua poesia Messina è stata letta da Alessandro Quasimodo nell’ambito del progetto “Alessandro Quasimodo legge i Poeti Contemporanei”.

Nel 2019 è stata finalista al Premio Letterario Internazionale Città Di Como, sezione poesia edita.

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