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  • Alessandra Corbetta

Nota di lettura a "Fraintendere le stelle" di Vernalda Di Tanna

Il termine “immortalare” è facilmente associabile a quello di “fotografia”: una foto ci immortala o immortala qualcosa in un determinato spaziotempo; così facendo, sottrae a morte certa noi e le cose, eternizza, sospende la caducità; eppure, contestualmente, ci ricorda che il soggetto ritratto non esisterà più nella forma esatta in cui lo scatto l’ha congelato, ci rammenta, cioè, che è già finito, cessato, passato. La fotografia inoltre, e bene lo esplicita Roland Barthes in La camera chiara, per quanto tenti di raffigurare qualcuno o qualcosa, non è mai in grado di restituircelo per intero; scrive a tale proposito lo studioso cercando di ricostruire l’immagine della madre scomparsa: «Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’ avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la ritrovavo. La riconoscevo differenzialmente, non essenzialmente. La fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false. Dire, davanti alla tal foto, “è quasi lei!” era per ma più straziante che non dire davanti a talaltra “non è affatto lei!”. Il quasi: atroce regime dell’amore».

La scrittura di Vernalda Di Tanna nel suo Fraintendere le stelle (Samuele Editore – Pordenonelegge 2021) si presenta come un susseguirsi di fotogrammi che conservano le caratteristiche di quanto fin qui evidenziato: la necessità di estendere la durata di ciò che è per sua natura effimero; la consapevolezza che l’immobilità indotta è di per sé sinonimo di morte; la constatazione che se è ancora è possibile tentare una comunicazione, questa non può essere che frammentaria, non può che procedere per brandelli, i quali, anche una volta uniti, non sono comunque in grado di ridarci l’intero. Di Tanna inscrive il suo dire poetico nella disillusione a cui la società moderna induce le menti pensanti, tristemente consapevoli che è pressoché impossibile sottrarsi alla logica del do ut des e che difficilmente si può fare perno su qualcosa di davvero solido, travolti come siamo dallo scorrere liquido – per riprendere un termine caro a Zygmunt Bauman – di identità, relazioni, merci.

Nonostante la scrittura di Di Tanna sia molto calibrata e si caratterizzi per un’evidente cura del suono e della strutturazione del verso, ciò a cui mira è una rappresentazione del caos pronto a incombere; l’autrice crea un contrasto, quindi, tra gli aspetti formali, che provano a ricostruire un ordine cosmico, e quelli sostanziali, volti a mostrarci il disordine risucchiante che ci imprigiona. Non a caso intitola Disastri una minisilloge contenuta all’interno della prima sezione dell’opera, nella quale il termine “disastro” viene adoperato in stretta correlazione alla sua etimologia e cioè di qualcosa che si pone verso le stelle in maniera disfunzionale, con i conseguenti esiti negativi che da ciò derivano. Astri, cielo e passaggi temporali osservabili dai cambi di luce sono la nervatura che l’autrice sceglie per indirizzare il proprio percorso dentro al dolore, dell’universo e personale allo stesso tempo. Si è parte di un tutto, sembra suggerirci Di Tanna, in cui il punto più alto non è occupato da noi, bensì da qualcosa (o qualcuno) che ci sovrasta e, al contempo, potrebbe fornirci le risposte in uno scambio che resta, comunque, disumano, aggettivo spesse volte usato in quest’opera.

Forse non abbiamo più voglia di interrogare le stelle o non abbiamo gli strumenti per decifrare le loro risposte o, ancora, non crediamo ce le possano dare. Pur rimanendo in una tensione continua, quella propria del desiderio, e pur continuando a tenere la testa puntata verso l’altro come in attesa di un segnale luminoso che ci ridia l’orientamento, Di Tanna mette a nudo le difficoltà di provare a vivere autenticamente nella società occidentale di oggi, dove anche la luce delle stelle si fa più fioca e dove noi, ogni giorno, abbiamo sempre un po’ più paura di rimanere soli e che le nostre parole, in assenza di interlocutori, ci si strozzino in gola. O finiscano mute in un cielo disinteressato a noi.



Meno di una pura, cieca

superstizione, più che un giro di vite.

La parola non fu che una voce

in silenzio, un’interruzione.


*


Sono doppi i fili che ci muovono

nel teatro di un’assenza singolare.


Mi sono rimasti rovinosi inganni

a spaiarmi tutti i punti cardinali.


C’è rimedio a tutto, tranne alla vita.



Disastri


La notte brancola nelle tue braccia.

Un faro di libri sul comodino

illumina l’insonnia fino all’alba.

**

A terra ci dispongono le stelle

disamorate della luce. Freme

e ci annotta il cielo che ci fraintende.

**

Gli oracoli invertiti nei ricordi

suggono conserti i piedi della notte.

Il giorno è un campo arato.

Sulla sua schiena annotavo

la perdizione,

il finale aperto dei tuoi respiri.

**

È in fuga da ogni tregua, ottobre,

conosce le coincidenze e rincorre

qualcosa che tutti possono cantare.

Siete due animali in egual specie:

tu – con le suole di chi ha fretta.

E lui – con le mani di chi afferra

il senso ristretto che ha bucato

le tasche avare dell’amore.

**

Tutto nel disappunto della notte

rimprovera rimpianti d’altre rotte.

Il coraggio lungamente odora

ciò che il disamore poi consola.


*


Dimenticati i diagrammi di flusso,

il freddo, le semine, i raccolti

e l’algoritmo che gemma il letame.

L’erba ha toccato le primule

sentendo nelle primule il desiderio

della primavera e di noi

non vorrei mai cosa più vera

dei vigneti. Mi continui al limite

sbrecciato di ogni spento lago,

mi ricordi un giunco nell’autunno,

quand’è passito giugno e il tempo

è impreparato a ripeterti.


*


Una ragazza allarga le braccia

slabbra nei desideri una mappa.

Vieta al respiro ogni pedaggio.

La città si fascia la testa

di una nebbia senza letargo.


Vernalda Di Tanna (Vasto, 1997), laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti, è studentessa specializzanda in Filologia Moderna. Nel 2017 riceve il Premio poeta emergente alla XXV edizione del “Concorso nazionale Scriveredonna”, organizzato dall’associazione Tracce di Pescara. Dal 2019, è redattrice del lit-blog Laboratori Poesia. Suoi inediti sono apparsi su antologie, riviste e blog, tra cui clanDestino, Gradiva (International Journal of Italian Poetry), Interno Poesia, Poetarum Silva, laRepubblica – Milano (per la Bottega di poesia, a cura di Maurizio Cucchi) e il primo blog di poesia della Rai (Poesia, di Luigia Sorrentino). Ha partecipato al Festival online di Bologna in Lettere 2021 (Colpi di voce).

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