• Alessandra Corbetta

Intervista a Umberto Piersanti

Questa è l'intervista che Alessandra Corbetta ha fatto a Umberto Piersanti, figura di riferimento della poesia e della cultura contemporanea. Hanno parlato del senso di natura nei versi dell'autore, della memoria, del concetto di patria poetica, dello status quo della poesia. E di molto altro.


L'intervista si chiude con un inedito che Piersanti regala ad Alma e a tutti i suoi lettori.


Umberto Piersanti

Partiamo da Anime perse, uscito per Marcos y Marcos nel 2018. In una recensione fatta per quest’opera, avevo scritto che lei dà voce a persone-personaggi trafitti dal male di vivere, perforati, nell’anima prima che nella mente, dalle storture del mondo. Questo libro è infatti una raccolta di racconti su un’esperienza particolare, quella dei centri di recupero. Storie vere narrate attraverso un filtro letterario elegante e un sentimento di partecipazione.

Perché ha scelto di reinterpretare queste storie?


Ero andato a trovare un mio amico, Ferruccio Giovannetti, che dirige nell’alto Montefeltro un grande centro di recupero, Atena. Ho conosciuto persone con vicende le più inquietanti, le più dolorose, le più strane. Non ero preparato ad affrontare un mondo che mi era stato sempre lontano e un po’ m’impauriva. Come poeta avevo cantato il dolore nell’Urlo della mente, ma si trattava sempre di una vicenda personale, non usciva fuori dal mio io. Ferruccio mi ha sollecitato a scrivere di queste persone, di queste vicende ed io ho accettato. Mi ha raccontato storie, tra le più incredibili e dolorose, degli ospiti che s’aggiravano tra le stanze e il giardino intorno.

Mi sono detto: “devi prendere atto di un mondo che certo non è il tuo, non ti è neanche così vicino. Tu hai sempre parlato di cieli e campi, sei stato affascinato dalle memorie, dai fiori e dagli amori. Adesso prova a raccontare altro“. Ho raccontato queste storie senza nessuna volontà di giudicare e neppure di assolvere chi aveva commesso crimini terribili, ma di comprendere. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Certo, non ero impassibile, queste storie mi toccavano.

Ho cercato di non insistere sui particolari più crudi, una violenza sessuale l’ho rastremata in una riga. Avevo in mente il Decamerone di Boccaccio, naturalmente sapendo l’immensa statura del grande toscano e la mia più che modesta dimensione. Nel Decamerone la villa in cui si sono rinchiusi garzoni e donzelle, li difende dalla peste che tutt’attorno li cerchia. La struttura e il giardino in cui si muovono gli ospiti tenta di allontanarli dai mali del mondo che si affacciano oltre la siepe. Rimane l’attenzione alla natura del Montefeltro che costituisce una cifra ineludibile della mia scrittura. La pietas con la quale osservo queste persone e queste vicende è più di natura virgiliana che cristiana.


Jacopo che tra gli altri/ passa, senza guardare,/ dondola il grande corpo/ e li sovrasta,/ abbracciò un cavallo/ e poi pendeva/ dopo riuscì ad alzarsi,/ rise forte/ figlio che giri solo/ nella giostra,/[…] sono alcuni versi estrapolati da La giostra, una delle sue più intense poesie in cui, con grande delicatezza, affronta il tema dell’autismo che lei conosce molto da vicino. Anche in queste settimane difficilissime di isolamento e pandemia non si è sottratto dal voler mostrare cosa sia davvero convivere con chi soffre di questo disturbo pur non omettendo mai, nei suoi discorsi a riguardo, i concetti di rispetto e libertà. Vuole dirci cos’è stato per lei affrontare questi mesi e come la poesia si è inserita al loro interno?


La Giostra parla di un’epoca lontana in cui vivevo lontano da Jacopo e lo andavo a trovare. Jacopo era un fanciullo, certo più che inquieto e particolare, ma un fanciullo che io vivevo come un Elfo inconoscibile e distante. Oggi vivo con Jacopo e sento la necessità di vivere con lui. Oggi Jacopo è un giovane di trentaquattro anni: alto, molto bello e con quel sorriso lontano ed enigmatico. Può avere momenti di grande tenerezza, ma passare in un istante all’ira e anche all’aggressività. In questi tristi giorni a Jacopo sono venuti a mancare i punti di riferimento dal momento che il centro diurno dove passava una parte importante della giornata è stato chiuso. Non entro in particolari ma con lui, non è semplice mangiare tranquilli, non è semplice dormire quando si sveglia nella notte e bussa alla porta. Abbiamo un assistente molto bravo che ci da una grande mano. La domenica siamo soli e la giornata non finisce mai e non si vede l’ora che Jacopo si addormenti e si possa mangiare in pace.

In questi giorni di pandemia non ho voglia di scrivere: siedo sulla terrazza che dà sul mare e contemplo le cose. Magari leggo, ma solo poco. Sono intervenuto nei giornali, nella radio e nella TV perché sollecitato: questi inviti mi sono arrivati soprattutto per le relazioni che Annie ha continuato a intrattenere. La poesia non mi da un gran conforto: non può intaccare la mancanza di libertà e la paura che viene da tutto ciò che ti circonda, persone e cose. Un vaccino o un farmaco rappresenterebbero la libertà ritrovata.


In Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos 2015) lo smarrimento e il conseguente isolamento che la Natura provoca in chi si trova ad attraversala si coniuga con la protezione ovattata che la stessa Natura crea e regala a coloro i quali si accingono a penetrarla. Cosa rappresenta per lei la Natura in quest’opera e, più in generale, nella sua poesia?


Come ho scritto la natura è stupenda e crudele nello stesso tempo. La mia non è una natura pacificata: la serpe inghiotte il passero, il falco artiglia la volpe, l’aquila trascina in alto tra gli artigli la lepre. E potremmo continuare a lungo. Quando vedo un documentario naturalistico dove una gazzella è raggiunta e sbranata da un ghepardo, spesso dal commentatore ascolto queste parole: “questa gazzella era stanca o era vecchia o malata, dunque la natura prosegue il suo corso e magari la morte di questa gazzella favorisce il branco che non si trova più a sopportarne il peso”. Penso che la gazzella in questione non sarebbe d’accordo.

La natura, è, però, magnifica nelle sue luci, nei suoi colori. Lo aveva capito benissimo Giacomo Leopardi che benché l’avesse definita matrigna riserva nel Passero solitario alla primavera accenti tra i più commossi e intensi e luminosi di tutta la nostra storia letteraria. Essere un poeta di natura non significa accorgersi che ci siano dei pioppi in un viale. Per me significa annusare l’erba, buttarci la testa in mezzo, dormire sulle Cesane con un sacco a pelo e poi tradurre tutto questo in versi. Il rapporto tra “le cose” e “le parole” è per me sostanziale e credo che lo sia per la maggior parte dei poeti che hanno fatto della natura un loro tema di fondo da Carducci a Bertolucci. Non sono dentro l’idillio, anche se aspiro a uno stato perfetto di felicità nell’essere dentro la natura e dunque aspiro a quell’idillio che non è mai possibile raggiungere. L’età dell’oro è un altrove sempre sognato e mai raggiunto.


Qual è il libro, tra quelli che ha pubblicato, cui si sente più legato e perché? E se dovesse tracciare una linea che unisce tutte le sue opere, qual è il filo rosso che potremmo seguire per attraversarle una dopo l’altra?


Più ancora che ad un libro sono legato ad alcune poesie che segnano tutta la mia opera. Voglio ricordare alcuni testi che più mi intrigano e mi commuovono: Il ragazzo immortale e A Sonia testi della raccolta Il Tempo differente, Di marzo e Nel tempo che precede testi dei Luoghi persi, Alle ragazze degli anni sessanta e la Giostra, testi di Del Tempo che precede, libro che ha preso il titolo da una poesia della raccolta precedente. Voglio aggiungere Il lavatoio che sta nell’ Albero delle nebbie e Viola d’inverno che sta nel Folto dei sentieri. Se proprio devo individuare un libro, questo è I luoghi persi.

Le memorie di un’infanzia dentro un luogo mitico e lontano e in un tempo altrettanto mitico, sono il filo rosso più importante che attraversa tutta la mia opera. La memoria trasforma sempre le cose. Come dice il protagonista del mio primo romanzo: L’uomo delle Cesane, una volta passati sogni e ricordi sono la stessa cosa. Nei libri che precedono la trilogia einaudiana sono presenti amori e viaggi, c’è un forte intreccio tra l’eros e la natura. In tutta la mia opera seguente è presente il senso della perdita di un mondo che non era un Eden ma che a tratti sembrava assomigliarvi.

Jacopo, da quando aspettavo con estrema inquietudine la sua nascita pensando che avrebbe sconvolto la mia vicenda ad oggi, è un altro tema importante.


Dall’alto della sua lunga esperienza sia come poeta sia come critico, qual è, secondo lei, lo stato di salute della poesia oggi? Quali sono i punti deboli e i punti forti dell’editoria che sostiene e promuove la poesia?


Negli anni sessanta a dirigere le grandi collane c’erano dei responsabili attorniati da un gruppo di collaboratori. Questo non impediva certo errori come è stato il rifiuto di Vittorini di pubblicare Il Gattopardo. Allora però si sapeva che si era di fronte a un giudizio articolato e attento anche se, naturalmente, non infallibile. Oggi ci sono dirigenti con un potere assoluto e incontrollabile che non tengono conto dei consigli, raccomandazioni, pareri e, talora, neppure dei curricula degli autori. Usciamo dalle coperture, dietro cui spesso ci nascondiamo, dei discorsi generici ed entriamo nel merito della questione focalizzando l’attenzione sul campo della poesia. Le due più importanti collane La Bianca dell’Einaudi e Lo Specchio della Mondadori sono dirette la prima da Mauro Bersani, la seconda da Maurizio Cucchi.

Bersani è spesso alla ricerca del personaggio ed opera una squinternata valorizzazione di una poesia giovane scegliendo il più delle volte i non meritevoli. Molti critici e poeti in camera caritatis deplorano il suo modo di operare e lo accusano di non saper riconoscere dove stia la poesia: la stima di cui gode non è certo una grande stima. Tutti però tacciono, lui è troppo potente per essere criticato pubblicamente. Per quel che mi concerne non ha tenuto conto della mia storia e del mio curriculum. Avevo pubblicato tre libri nella collana Bianca, tutti e tre con un notevole successo di critica e di pubblico: I luoghi persi, Nel Tempo che precede, L’albero delle nebbie. I luoghi persi hanno avuto una decina di ristampe. Un modesto funzionario si è comportato nei confronti di un poeta con un suo ruolo e una sua storia, in modo arbitrario e volgare.

Di tutt’altra pasta era Cerati: quando gli inviavo delle poesie rispondeva sempre in una maniera affettuosa. Non voglio citare alcuni suoi giudizi molto lusinghieri sulle poesie che avrebbero costituito la raccolta Nel folto dei sentieri. Cerati era un einaudiano storico e vero e io penso ancora all’Einaudi che ho amato attraverso lui e Vittorio Bo.

Maurizio Cucchi a differenza di Bersani capisce di poesia: ma ha una visuale rigida che si preclude a percorsi troppo lontani dal suo e non è certo esente da politiche amicali.

Ci sono invece case editrici di media grandezza che operano con attenzione ed intelligenza: Crocetti, Marcos Y Marcos, Donzelli e ancora La collana oro di Pordenonelegge Lieto Colle, Interlinea e Aragno.

Altro fenomeno negativo è la pubblicazione di una poesia non poesia ma di una serie di piacevoli banalità in versi da parte di grandi editori. Si privilegia spesso autori che si sono affermati nel web per i loro follower. Anche in questo caso prendiamoci la responsabilità e il rischio, come è sempre stato il mio costume, di fare dei nomi: Marzia Siccigniano e Francesco Sole che hanno trovato posto, certo al di fuori dello Specchio, nella Mondadori e Guido Catalano e Giò Evan che posto lo hanno trovato nella Rizzoli.

La scompigliata galassia di versi su internet e la pubblicazione di pseudo poeti presso case editrici importanti possono spingere un più vasto pubblico ad avere un’idea sbagliata della poesia. Internet ha anche però siti di notevole pregio che pubblicano testi ed interventi di valore.

Ora abbiamo bisogno di antologie attente e rigorose, di studi critici precisi e di non considerare più un autore al suo primo libro quasi un classico. Certo, alcune opere prime sono state grandi capolavori, ma questo avviene di rado sotto il sole. Inoltre i poeti dovrebbero leggersi tra di loro e leggere gli autori delle generazioni precedenti, in particolare quelli italiani: non certo per bieco nazionalismo, ma perché la traduzione fa sempre perdere qualcosa alla poesia.

Per concludere, oggi non trovo entusiasmante lo stato dell’arte.

Lei ha realizzato anche pellicole, mi riferisco in particolare a suoi film-poemi, come sono stati definiti, dimostrando che la poesia può essere sostenuta e realizzarsi anche attraverso il sostegno di altri linguaggi espressivi. In questo senso, come vede e interpreta il rapporto tra poesia e Rete oggi?


Il mio grande amore per l’immagine mi ha portato a cercare un preciso rapporto tra immagine e parola. Ho realizzato un film “normale” a ventott’anni quasi senza mezzi a disposizione. Era una storia ambientata tra Urbino e una metropoli (dalle immagini si capiva che si trattava della Roma contemporanea) in cui dominava un’atmosfera lirica ed elegiaca . Presentato al festival di Pesaro è stato il film più fischiato. In seguito è stato abbastanza rivalutato e proiettato nel primo canale Rai e in varie sale d’essai . I veri film-poemi sono tre: Sulle Cesane, Un'altra estate, Ritorno d’autunno.

Il più particolare è Sulle Cesane. Sono andato nei miei campi insieme ad un fotografo. Lui scattava diapositive ed io improvvisavo versi al registratore. Naturalmente era un’improvvisazione che arrivava dopo una tensione emotiva e mentale. Dunque si trattava di un’improvvisazione particolare. Le diapositive sono poi passate in truka formando una pellicola e i versi sono stati adattati alle immagini dalle quali erano nati. Questi versi nati oralmente sono stati ritoccati quasi per niente. Le immagini ferme davano più risalto alla poesia: più della narrazione contava lo sguardo e la contemplazione. Sulle Cesane ha avuto un notevole successo: è stato messo in onda in tutti i canali Rai ed è stato proiettato in numerosi Festival particolari. È anche uscito un libro Cinema e Poesia negli anni ottanta che conteneva giudizi critici di esponenti del mondo letterario e cinematografico. Voglio solo ricordare il giudizio di una poetessa molto lontana dal mio tipo di scrittura e oggi amata da tutti. Amelia Rosselli ha scritto che sfuggendo a qualsiasi moda d’avanguardia newyorchese e stando fanaticamente attaccato alla terra avevo raggiunto un notevole risultato. Franco La Polla, importante critico cinematografico, ha detto che avevo raccontato il mondo contadino in un modo più autentico dei più celebri registi che si erano interessati a questa realtà.

Un’altra primavera e Ritorno d’autunno sono brevi storie d’amore in cui domina una natura contemplata e vissuta allo stesso tempo. Per concludere considero un film-poema quello in cui la contemplazione domina sulla narrazione così come avviene in genere in una poesia rispetto ad un racconto.

La rete rappresenta una realtà molto diversa: se da una parte ci porta ad esprimere le nostre potenzialità creative in modo diretto e liberandoci dalle dipendenze degli editori, dall’altro riempie il web di poeti della domenica o, nel migliore dei casi, di imitatori pedissequi delle varie tendenze poetiche dominanti. Il guaio è che questi poeti della domenica o da Baci Perugina quando hanno un grande seguito vengono poi pubblicati da editori importanti. Dunque il rischio è quello di annegare la poesia in una melassa indistinta. Riconosco però che ci sono siti autorevoli che svolgono un’opera molto importante nel far conoscere e nel promuovere la poesia.

Non c’è volta che abbia parlato con lei in cui non abbia citato qualche luogo a lei caro e, soprattutto, la sua terra d’origine. E, in ognuna di queste occasioni, ho sempre avvertito grande compartecipazione e visceralità. Le chiedo quindi: qual è il rapporto che ha con i luoghi della sua vita e come descriverebbe, in relazione alle sue opere, il legame tra geografia e poesia?


Che cos’è una patria poetica? Vittoria Sereni in una lettera ad Attilio Bertolucci affermava che quest’ultimo aveva fatto di Parma e dei paesi attorno una “patria poetica”. Fare di un luogo una “patria poetica” significa investirlo di una forza e di una passione che lo rendono universale. Diceva Paolo Volponi che locale, in certi casi e soprattutto in Italia, fa rima con universale. Potremmo pensare a Recanati senza Giacomo Leopardi, alla maremma senza Carducci, alla Versilia o all’Abruzzo senza Dannunzio o alle Langhe senza Pavese? Walcott ha fatto della minuscola isola di Santa Lucia un luogo universale dell’immaginario poetico. E la Rimini degli anni trenta attraverso Amarcord di Fellini è stata percepita e amata anche dai giapponesi.

Si può raccontare la propria terra in modo cordiale e piacevole, ma non superare il bozzetto.

Ho la pretesa (ma dipende dagli altri il giudizio sul risultato) di aver fatto delle Cesane una patria poetica: un mondo reale, un’antica civiltà contadina, ma nello stesso tempo un mondo remoto e fantastico dove s’aggirano personaggi da leggenda come il mio bisnonno Madio e la mia nonna Fenisa. Questo mondo è ormai perso e un senso di perdita attraversa tutta la mia poesia. Un’infanzia remota e luminosa che il ricordo rende struggente. Naturalmente la memoria trasforma il reale: una volta passati sogni e ricordi sono la stessa cosa. Questa dimensione mitica ha poco a che spartire con la narrazione “realistica” del mondo contadino e se non si capisce questo, credo che si capisca ben poco della mia poesia. La propria terra può essere stupenda o anche modesta e misera: posso parlare delle Dolomiti o del Vesuvio componendo una cartolina oppure raccontare in modo mirabile come fa Milo De Angelis la periferia milanese.


La consuetudine delle interviste di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito. Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati.


CAMPI D'OSTINATO AMORE

I cori che vanno eterni

tra la terra e il cielo,

ma tu li ascolti

Jacopo quei cori?

ho visto

il falco in volo

con la serpe

trafitta nella gola

dai curvi artigli,

l’estremo pigolio dell’uccelletto

che la biscia verdastra

afferra e ingoia,

tra i rami non s’aggirano

le ninfe,

un giorno le incontrai

in remoti boschi,

l’assurdo poco oscura

nevi e foglie

non scolora i bei crochi

nei greppi folti,

ma il tuo male

figlio delicato,

quel pianto che non sai

se riso, stridulo

che la gola t’afferra

più d’ogni artiglio,

questa bella famiglia

d’erbe e animali

fa cupa

e senza senso

e dolorosa

siamo scesi un giorno

nei greppi folti,

abbiamo colto more

tra gli spini,

ora tu stai rinchiuso

nelle stanze

e il mio ginocchio che si piega

e cede

a quei campi amati,

d’un amore ostinato,

sbarra l’entrata

aspetto i favagelli

del febbraio,

tiepidi contro il gelo

sbucare fuori

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