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  • Alessandra Corbetta

I Ponti di Alma: Jules Laforgue

Proponiamo alcuni testi, in lingua originale e tradotti, tratti da Ultimi versi/Derniers Vers (Marco Saya, 2020) di Jules Laforgue e un breve estratto dell'introduzione di Francesca De Moro che, per quest'opera, si è occupata anche della traduzione, delle note critiche e della bibliografia.


La postfazione è a cura di Fabio Regattin.




La nascita della poesia di Jules Laforgue si può collocare intorno al 1880, nell’ambito della crisi aperta in Francia dalla guerra perduta contro la Prussia e la repressione della Comune, in un’epoca segnata da un generale scoramento e dalla perdita della fede religiosa. Sono gli anni in cui in filosofia si affermano il determinismo storico di Hyppolite Taine e l’evoluzionismo darwiniano e spenceriano, e la narrativa vede il trionfo del naturalismo, con le opere di Zola, dei Goncourt e di Maupassant. Per contro, la poesia muove in direzione di una nuova mistica estetica, guardando al modello di Baudelaire, in particolare per quanto riguarda la contrapposizione tra la vita materiale e gli ideali della Bellezza e dell’Arte. Nel campo delle arti figurative, l’impressionismo celebra la soggettività dell’artista, la sua capacità di cogliere la bellezza della vita nell’attimo effimero della luce e del colore. È nel contesto, qui sommariamente descritto, che si situano i primi esperimenti poetici di Jules Laforgue. In una lettera del dicembre 1881 all’amico Charles Henry, così il poeta evoca i suoi esordi: «Dopo aver amato le trattazioni eloquenti, poi Coppée, poi Baudelaire, divento (come forma), discepolo di Kahn e Mallarmé». A questi riferimenti va poi aggiunta la sua predilezione per quella che si può definire poesia di pensiero, e in particolare per le opere di Sully Proudhomme, che guardano alla scienza e alla filosofia, e per lo psicologismo lirico di Paul Bourget, dedicatario di Les Complaintes.

Le Mystère des trois cors


Un cor dans la plaine

souffle à perdre haleine,

un autre, du fond des bois,

lui répond ;

l’un chante ton taine

aux forêts prochaines,

et l’autre ton ton

aux échos des monts.


Celui de la plaine

sent gonfler ses veines,

ses veines du front ;

celui du bocage,

en vérité, ménage

ses jolis poumons.


– Où donc tu te caches,

mon beau cor de chasse !

Que tu es méchant !


– Je cherche ma belle,

là-bas, qui m’appelle

pour voir le Soleil couchant.


– Taïaut! Taïaut! Je t’aime !

Hallali ! Roncevaux !


– Etre aimé est bien doux ;

mais, le Soleil qui se meurt, avant tout !


Le Soleil dépose sa pontificale étole,

lâche les écluses du Grand-Collecteur

en mille Pactoles

que les plus artistes

de nos liquoristes

attisent de cent fioles de vitriol oriental !...

Le sanglant étang, aussitôt s’étend, aussitôt s’étale,

noyant les cavales du quadrige

qui se cabre, et qui patauge, et puis se fige

dans ces déluges de bengale et d’alcool !...


Mais les durs sables et les cendres de l’horizon

ont vite bu tout cet étalage des poisons.


Ton ton ton taine, les gloires !....


Et les cors consternés

se retrouvent nez à nez ;

ils sont trois ;

le vent se lève, il commence à faire froid.


Ton ton ton taine, les gloires !...

– « Bras-dessus, bras-dessous,

« avant de rentrer chacun chez nous,

« si nous allions boire

« un coup ? »


Pauvres cors ! pauvres cors !

Comme ils dirent cela avec un rire amer !

(Je les entends encor).


Le lendemain, l’hôtesse du Grand-Saint-Hubert

les trouva tous trois morts.


On fut quérir les autorités

de la localité,

qui dressèrent procès-verbal

de ce mystère très immoral.


(Prima pubblicazione: La Vogue, 16 agosto 1886.)


Il mistero dei tre corni


Un corno nella vallata

canta a voce spiegata,

un altro gli risponde

dalle selve profonde;

ton ten uno intona

ai boschi della zona,

ton ton l’altro si lagna

con gli echi della montagna.


Al corno della vallata

ogni vena si è gonfiata,

gli si è gonfiato il petto,

mentre il corno del boschetto

sembra invero che riposi

i polmoni graziosi.


– Sei davvero spietato

mio bel corno adorato!

Dove sei rintanato?


– A cercare il mio amore.

che laggiù mi ha invitato

a vedere il Sole che muore.


– Dalli, dalli! Ti amo, oh sì!

Roncisvalle! Hallalì!


È così dolce l’amore;

ma, anzitutto, il Sole che muore!


Il Sole depone la stola pontificale,

apre le chiuse al Collettore Generale

in mille Pattoli mai visti

che i più artisti

dei nostri liquoristi

attizzano con cento fiale di vetriolo orientale!…

La pozza sanguinosa ora s’ingrossa, ora trabocca

e la quadriga di giumente annega in quel cruore:

e si impenna, e sguazza e si blocca

nei diluvi di bengala e liquore!...


Ma le ceneri dell’orizzonte e le dure sabbie senza esitazione

hanno bevuto questi veleni in esposizione.


Ton ton, ton ten, che celebrazione!…


Tristi i corni da caccia

si ritrovano faccia a faccia;

sono tre in questo momento;

comincia a far freddo, si alza il vento.


Ton ton ton ten, che celebrazione!...


– «A braccetto, a braccetto,

invece di rincasare,

che ne dite di andare

a bere un goccetto?»


Poveri corni! Poveri corni!

Con che sorriso amaro l’hanno detto!

(La loro voce sembra che ritorni).


L’indomani l’ostessa del Grand-Saint-Hubert

li trovò morti tutti e tre.


Furono chiamate le autorità

della località,

che redassero il verbale

di quel mistero assai immorale.


Simple Agonie


Ô paria ! – Et revoici les sympathies de mai.

Mais tu ne peux que te répéter, ô honte !

Et tu te gonfles et ne crèves jamais.

Et tu sais fort bien, ô paria,

que ce n’est pas du tout ça.


Oh ! que

devinant l’instant le plus seul de la nature,

ma mélodie, toute et unique, monte,

dans le soir et redouble, et fasse tout ce qu’elle peut

et dise la chose qu’est la chose,

et retombe, et reprenne,

et fasse de la peine,

ô solo de sanglots,

et reprenne et retombe

selon la tâche qui lui incombe.

Oh ! que ma musique

se crucifie,

selon sa photographie

accoudée et mélancolique !....


II faut trouver d’autres thèmes,

plus mortels et plus suprêmes.

Oh! bien, avec le monde tel quel,

je vais me faire un monde plus mortel !


Les âmes y seront à musique,

et tous les intérêts puérilement charnels,

ô fanfares dans les soirs,

ce sera barbare,

ce sera sans espoir.


Enquêtes, enquêtes,

seront l’unique fête !

Qui m’en défie ?

J’entasse sur mon lit, les journaux linge sale,

dessins de mode, photographies quelconques,

toute la capitale,

matrice sociale.


Que nul n’intercède,

ce ne sera jamais assez,

il n’y a qu’un remède,

c’est de tout casser.


Ô fanfares dans les soirs !

Ce sera barbare,

ce sera sans espoir.

Et nous aurons beau la piétiner à l’envi,

nous ne serons jamais plus cruels que la vie,

qui fait qu’il est des animaux injustement rossés,

et des femmes à jamais laides...

Que nul n’intercède,

il faut tout casser.


Alléluia, Terre paria.

Ce sera sans espoir,

de l’aurore au soir,


quand il n’y en aura plus il y en aura encore

du soir à l’aurore.

Alléluia, Terre paria !

Les hommes de l’art

ont dit : « Vrai, c’est trop tard. »

Pas de raison,

pour ne pas activer sa crevaison.


Aux armes, citoyens ! Il n’y a plus de RAISON :


Il prit froid l’autre automne,

s’étant attardé vers les peines des cors,

sur la fin d’un beau jour.

Oh ! ce fut pour vos cors, et ce fut pour l’automne,

qu’il nous montra qu’ « on meurt d’amour » !

On ne le verra plus aux fêtes nationales,

s’enfermer dans l’Histoire et tirer les verrous,

il vint trop tôt, il est reparti sans scandale ;

ô vous qui m’écoutez, rentrez chacun chez vous.


(Prima pubblicazione: La Vogue, 11 ottobre 1886)


Semplice agonia


Riecco le simpatie di maggio, o reietto!

E tu vergogna ti ripeti ormai!

Ti gonfi ma non scoppi mai.

Ma non è affatto così, reietto,

e tu di certo ben lo sai.


Oh! che

della natura divinando l’attimo più solo,

la mia melodia, unica e intera,

salga nella sera

e raddoppi e faccia ciò che può,

e sia sincera, assolo

di singhiozzi, e ricada e riprenda

e muova a compassione,

e riprenda e ricada,

secondo la sua mansione.

Oh! che la mia musica sia

crocifissa come in fotografia,

china sui gomiti, piena di malinconia!…


Bisogna trovare altri temi,

più mortali e più supremi.

Ebbene, col mondo tale e quale,

mi farò un mondo più mortale!


Ci saranno anime musicali

e interessi puerilmente carnali,

oh vespertine fanfare,

non c’è niente da sperare

sarà una barbarie.


Le inchieste, le inchieste,

– chi me le può vietare? –

saranno le uniche feste!

Sul letto ammucchio biancheria sporca, giornali,

schizzi di moda, foto dozzinali,

tutta la capitale,

matrice sociale.


Nessuna intercessione:

non darà alcun frutto,

l’unica soluzione

è distruggere tutto.


Oh vespertine fanfare!

Non c’è niente da sperare,

sarà una barbarie.

Pur calpestandola continuamente,

non saremo mai più crudeli della vita,

coi suoi animali bastonati ingiustamente

e donne dalla bruttezza infinita…

Nessuna intercessione,

è l’ora della distruzione.


Alleluia, Terra reietta!

Dall’aurora alla sera,

più niente si spera,


quando sarà finito, ce ne sarà ancora,

dalla sera all’aurora.

Alleluia, Terra reietta!

«È troppo tardi» ogni artista lo sa.

Non c’è ragione

per non affrettare

la sua esplosione.


Aux armes citoyens! Non c’è più RAGIONE:


Ha preso freddo l’autunno passato,

quando alla fine di un bel giorno si è attardato

ad ascoltare i corni col loro dolore.

Oh! fu per i vostri corni e per le sere autunnali

che ci mostrò che «d’amore si muore»!

Non lo vedremo più alle feste nazionali,

chiudersi nella Storia con le imposte serrate,

venuto troppo presto, ripartì senza scalpore;

tornate a casa vostra, voi che mi ascoltate.


Jules Laforgue nacque il 16 agosto 1860 a Montevideo, in Uruguay. Suo padre, Charles Laforgue, era uno dei numerosi francesi emigrati in Sud America nella speranza di farvi fortuna per poi tornare in patria. A Montevideo aveva aperto una scuola privata, dove teneva corsi di francese, latino e greco. La madre, Pauline Lacolley, di famiglia bretone e nata a Le Havre, era figlia di commercianti. Jules era il secondogenito della coppia, che dopo di lui ebbe altri nove figli. Nel 1866, all’età di sei anni, Jules tornò in Francia insieme alla madre, ai nonni e ai suoi fratelli e sorelle e si stabilì a Tarbes, città natale del padre, nei Pirenei. Qui, insieme al fratello maggiore Émile, venne affidato a dei lontani cugini e tra il 1868 e il 1875 frequentò il liceo Théophile Gautier dove ottenne buoni risultati, ma senza eccellere. Nel 1876 tornò a vivere con la famiglia, che nel maggio dell’anno precedente si era riunita a Parigi. Il 6 aprile la madre morì di parto. Nel giro di breve tempo, a causa delle condizioni di salute del padre, parte della famiglia tornò a Tarbes e a Parigi rimasero solo Jules, all’epoca diciassettenne, e la sorella Marie. In quel periodo nacque un legame profondo tra fratello e sorella, come si evince dalla fitta corrispondenza che avrebbero scambiato negli anni a venire. Frattanto Jules proseguì gli studi al liceo Fontanes e per tre volte tentò invano di conseguire il baccalauréat in filosofia. A questo fallimento, dovuto in parte alla timidezza che lo inibiva alle prove orali, reagì appassionandosi alla letteratura, e in particolare allo studio di poeti e filosofi, al quale dedicava circa cinque ore al giorno nelle biblioteche cittadine. A Parigi, il giovane Jules condusse un’esistenza piuttosto dura, mangiando pochissimo e immergendosi nello studio e nella scrittura. Ben presto cominciò a pubblicare i primi testi su varie riviste e all’inizio del 1880 si unì al Club des Hydropathes, un circolo letterario che si dava regolarmente appuntamento sulla rive gauche. L’anno successivo divenne segretario del critico e collezionista d’arte Charles Ephrussi, futuro direttore della Gazette des Beaux-arts e proprietario di una collezione di opere impressioniste. Il 18 novembre 1881 suo padre morì a Tarbes e lo stesso giorno Jules apprese che era stato nominato lettore dell’imperatrice tedesca Augusta di Sassonia-Weimar-Eisenach, moglie di Guglielmo I, così il 29 novembre lasciò la Francia, senza aver potuto assistere alla sepoltura del padre, e prima di partire donò parte della sua eredità ai fratelli. Il suo lavoro per l’imperatrice consisteva nel leggerle, per due ore al giorno, le pagine dei più importanti romanzi francesi e articoli di riviste come la Revue des Deux Mondes. L’impiego era piuttosto remunerativo (veniva pagato ogni tre mesi per un totale di 9000 franchi all’anno) e gli lasciava molto tempo libero da dedicare a quella che definiva la sua “vita da dilettante”, ovvero alla scrittura di poesie e testi filosofici e critici, nonché alla realizzazione di acqueforti. Acquistava numerosi libri e trascorreva le serate generalmente al circo o nei caffè. Aveva inoltre l’opportunità di viaggiare attraverso l’Europa, al seguito dell’imperatrice che andava in villeggiatura ogni anno da maggio a novembre. Il 25 luglio 1885 pubblicò a sue spese per i tipi di Léon Vanier la raccolta Les Complaintes, e a dicembre L’Imitation de Notre-Dame la Lune selon Jules Laforgue. Nel gennaio del 1886, cominciò a prendere lezioni di inglese da Miss Leah Lee con cui si fidanzò nel settembre dello stesso anno. Dopo il fidanzamento, Laforgue lasciò il suo incarico presso l’imperatrice Augusta e il 9 tornò a Parigi. Il 31 dicembre la coppia convolò a nozze nella chiesa di St. Barnabas a Kensington, nel Middlesex, e rientrò a Parigi alla fine dell’anno. Qui i giovani sposi dovettero far fronte alle ristrettezze economiche, a cui si aggiunse la malattia. Avendo preso freddo durante il viaggio a Londra, Laforgue si ammalò di tubercolosi e le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Nondimeno, tra il febbraio e l’agosto del 1887, pubblicò le Chroniques Parisiennes sulla Revue Indépendante. Il 20 agosto morì e fu sepolto al cimitero parigino di Bagneux. La giovane moglie, di costituzione gracile e debole di polmoni, gli sopravvisse per meno di un anno: contratta a sua volta la tubercolosi, morì il 6 giugno 1888 a Londra. Nel novembre del 1887, poco dopo la morte di Laforgue, vide la luce l’opera in prosa Moralités Légendaires, pubblicata nella Librairie de la Revue Indépendante. Nel 1890 furono pubblicati i Derniers Vers a cura di Édouard Dujardin e Félix Fénéon per le edizioni Vanier, in edizione limitata di 57 copie, poi ripubblicati nel volume Poésies Complètes (Vanier, 1894) insieme a Les Complaintes, L’Imitation de Notre-Dame la Lune e Le Concile Féerique. Tra il 1901 e il 1903 le edizioni Mercure de France diedero alle stampe le Œuvres Complètes in tre volumi. Nel 1922, anticipata dal racconto Une Vengeance à Berlin, apparso su L’Illustration il 7 maggio 1887, uscì per le Editions de La Sirène la raccolta di testi dedicati alla città e alla corte berlinese Berlin, la cour et la ville.



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