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  • Martina Toppi

Le antichità di Alma (appuntamento n°3)

DI VINO, ALTALENE E CANI: GESTI QUOTIDIANI MUTATI IN RACCONTI STELLARI


Nelle stelle le nostre storie viaggiano attraverso il tempo. Le forme, naturalmente, sono diverse, perché il tempo non cristallizza, ma plasma, come l’onda con le conchiglie sulla battigia. Nel cielo stellato degli antichi vennero trasferite molte storie, in quella che Piero Boitani definisce una «migrazione di massa nell’universo stellato»[1]: è la prima fase dello studio del cielo. Prima vengono le storie e poi la loro trasposizione stellare. Ma a questa prima fase molto arcaica di avvicinamento dell’uomo alla volta celeste, che abbiamo avuto modo di esplorare nelle puntate precedenti di questa rubrica, ne segue un’altra, più scientifica nell’approccio, sebbene ancora radicata nelle storie. A partire dall’ellenismo, il periodo storico in cui la cultura greca maggiormente si espande a macchia di inchiostro nel mondo antico, a seguito delle conquiste unificanti di Alessandro Magno, si usano le storie per descrivere le stelle, facendo così del mito uno strumento di indagine scientifica che nell’osservazione del cielo notturno affondava le proprie radici. Tra il III e il II secolo a.C. il cielo era diventato per gli studiosi alessandrini il canovaccio di una sequela straordinaria di storie di ogni tipo: non solo le stelle assumevano nomi specifici, ma anche identità ben definite. E nella vastità delle costellazioni note, una tra le più intriganti, che nel cielo non si muove mai da sola, è quella di Erigone, nota a noi come la Vergine. La costellazione di Erigone è sempre accompagnata da Sirio, il suo fedele cane, e da Boote, la costellazione di suo padre. La storia di Erigone è narrata nell’opera di un ben noto poeta ellenistico, Eratostene di Cirene, terzo bibliotecario dell’immensa biblioteca di Alessandria, la più grande del mondo antico. È lui il primo ad associare il racconto mitico al dato astronomico, mettendo le storie a servizio dello studio dei corpi celesti, in un connubio di storie e stelle che si perde nell’immensità del tempo e dello spazio. L’opera in cui maggiormente Eratostene si occupa di stelle si intitola in maniera significativa Catasterismi, ma come spesso accade a chi si occupa di cultura antica, le tracce del passato scivolano tra le dita come sabbia: dell’opera di Eratostene sulle costellazioni tutto ciò che è rimasto è un’epitome contenuta in un lungo commento in prosa all’opera di un altro autore antico interessato alle stelle, Arato di Soli. Al centro dell’opera di Eratostene stava proprio il catasterismo: un processo mitologico affascinante che vede la trasformazione di un corpo, animato o meno, in una stella. La stella è la metamorfosi definitiva, il punto di non ritorno che separa dal tempo della mortalità e trascina nell’immortalità del cielo, dove solo agli dei è concesso di intessere le proprie esistenze seguendo i movimenti degli astri. E proprio di un catasterismo è protagonista la giovane Erigone, figlia di Icario, cui Eratostene sembra aver dedicato un’intera opera accanto a quella più generale sui catasterismi: l’Erigone appunto, anch’essa perduta. Fortunatamente il mito di Erigone venne però recuperato da un poeta di tarda età imperiale, vissuto probabilmente tra IV e V secolo d.C., molti secoli dopo Eratostene. Nelle Dionisiache, un’immensa opera in 48 canti, narrante la vittoriosa spedizione di Dioniso in India contro il re Deriade, insieme alle storie relative alla nascita e alle avventure del dio del vino, c’è spazio anche per Erigone, figlia di Icario. All’inizio è lui il centro del mito: un uomo fortunato cui Dioniso fa un dono inestimabile, svelandogli come ottenere il vino dalla coltivazione della vite. Icario si impegna a coltivare la sua vite personale, pronto a godere dei suoi frutti: va tutto per il meglio fin quando un capro non capita da quelle parti della vite di Icario e ne rosicchia le foglie più tenere. È facile immaginare la rabbia dell’uomo alla vista della sua opera rovinata da un animale così rozzo: Icario lo uccide immediatamente e dalla sua pelle ottiene un otre. È un otre nato dal sangue e destinato a generarne dell’altro: pronto il vino infatti Icario riempie l’otre di questo e lo lancia in mezzo agli amici, invitandoli a bere. È la prima bevuta in compagnia della storia e, come tutte le prime volte, è ammantata dell’ingenua allegria che aleggia intorno a tutto ciò che ci è nuovo. Gli amici di Icario bevono vino puro a sazietà e sono presto ubriachi: una sensazione straniante, mai sperimentata prima, che li terrorizza. Credono che Icario li abbia avvelenati per poter rubare loro le pecore, si infuriano ed ebbri di follia lo fanno a pezzi. I pastori secondo il mito sarebbero poi crollati addormentati e solo al momento del risveglio si sarebbero accorti delle loro sconsiderate azioni, prendendo quindi la decisione di seppellire l’uomo, o ciò che ne restava, sotto un albero. Ma in tutto questo di Erigone e della costellazione della Vergine nulla si è ancora detto.

Come si arriva da un assassinio così brutale a una così straordinaria trasformazione di una fanciulla in una costellazione? Il passo che divide l’orrido dal meraviglioso è così breve da rischiare di sparire e spesso la letteratura antica gioca su questo confine labile. In effetti, la trasformazione in stella, il catasterismo appunto, è una trasformazione che nasce dal dolore e può generare altro dolore. Raramente si configura come un premio, più spesso invece è frutto della compassione degli dei per il triste destino di alcuni esseri umani, se non addirittura come punizione. Erigone è una fanciulla giovanissima, una figlia profondamente legata al padre che, non vedendolo tornare, decide di mettersi alla sua ricerca, accompagnata dal fedele cagnolino Mera. È un’immagine straziante e se chiudiamo gli occhi possiamo quasi vedere questa ragazza ancora non divenuta donna che si incammina verso l’orizzonte e vaga per mesi e mesi, in cerca di un padre che non c’è più. È il suo cagnolino, a fare l’atroce scoperta e a condurre Erigone alle radici dell’albero sotto cui giace l’ormai defunto Icario. Erigone piange tutte le lacrime che le è possibile versare e, sola al mondo, sceglie di restare col padre per l’eternità, suggellando la sua fine con un’impiccagione proprio dai rami di quell’albero-sepolcro. La morte è la cristallizzazione del tempo: con il suicidio Erigone rifiuta una vita che sarebbe trascorsa senza l’ombra del padre stagliata sul terreno accanto alla sua e nel rispetto di questo desiderio di cancellazione del tempo e delle sofferenze ulteriori che avrebbe portato con sé, Zeus trasforma Erigone in una costellazione. Un corpo freddo, fisso, distaccato completamente dalla vita terrena: Erigone rimarrà per sempre una figlia distrutta dalla perdita del padre. Una storia semplice che parla una lingua, quella degli affetti, comprensibile appieno anche all’uomo contemporaneo e che Nonno di Panopoli, forse riprendendo il testo di Eratostene che a noi non è giunto, racconta così:


«Prova pietà il padre Zeus: su un cerchio stellato

colloca Erigone accanto al dorso del Leone.

L’agreste vergine ha una spiga: non ha voluto

sollevare il rosso grappolo che ha ucciso il padre.

Conduce il vecchio Icario nel cielo percorso dagli astri,

a star vicino, a fianco della figlia, e gli dà il nome di Boote

raggiante, che sfiora il carro dell’arcade Orsa.

E pone il Cane scintillante che insegue la Lepre,

astro infuocato, là dove la Nave che va per mare

naviga in forma astrale intorno alla volta dell’Olimpo». (Dionisiache 47, vv. 246-255)


La consolazione è che Erigone non è sola: accanto a lei gli dei hanno posto anche suo padre e il suo cagnolino. Una specie di lieto fine dopo la fine, che Nonno di Panopoli inserisce nella propria opera appena prima dell’ultimo libro. È stato osservato da alcuni studiosi che la sezione delle Dionisiache in cui Nonno di Panopoli si occupa di Icario e di Erigone è molto diversa, nel tono e nello stile, dal tratto epico e dal movimento caotico che segnano il resto dell’opera[2]. Non c’è grandiosità in questi versi, ma un soffio leggero che spinge il lettore ad alzare gli occhi verso la volta celeste per scorgere ancora e ancora la storia di una ragazzina legatissima al padre. È chiaro che l’interesse del poeta non sia meramente connesso alla necessità di salvare una storia dall’oblio del tempo: doveva esserci qualcosa nel mito di Erigone e nella sua trasformazione in stella che affascinava Nonno di Panopoli più di molte altre leggende, forse qualcosa che il testo originale di Eratostene aveva conservato gelosamente. Eratostene era, in effetti, un platonico, e in questa storia dovette aver visto la possibilità di sviluppare in versi le proprie credenze di matrice platonica sull’origine celeste dell’anima. Il catasterismo di Erigone voluto da Zeus come un atto di compassione sembrerebbe in effetti assumere le forme di un ritorno dell’anima a casa, un ricongiungimento familiare a tutto tondo, che Nonno di Panopoli recupera trasportandolo fino a noi. Proseguono infatti così i versi delle Dionisiache:


«Tale è la finzione della storia achea, che mescola come al solito la persuasione

con la falsità; ma la verità è: Zeus, nostro Signore,

ha unito in alto l'anima di Erigone con la stella della Vergine

celeste che regge una spiga di grano, e vicino al Cane

celeste ha posto un cane simile a lui nella forma,

Sirio, che chiamano stella dell'autunno, e di Icario

l’anima ha unito alla costellazione di Boote nel cielo». (Dionisiache 47, vv. 256-262)


È curioso il modo in cui la poesia di Nonno sia capace di passare nel giro di pochi versi dal resoconto di una leggenda popolare al tema dell’anima e del suo ritorno alla dimora celeste. Nonno di Panopoli racconta una storia, quella nota ai più, salvo poi dichiararla falsa e presentarne una versione più confacente una certa visione della realtà. Perché? Nonno di Panopoli nella seconda versione della leggenda di Erigone racconta come Zeus abbia trasformato il cagnolino Mera in Sirio, la costellazione del cane, mentre per quanto riguarda la fanciulla e suo padre si sarebbe limitato a trasportare le loro anime in costellazioni già esistenti. È una forma di catasterismo assolutamente inusuale: nella norma è Zeus a tracciare nel cielo il contorno delle costellazioni in cui intende trasformare esseri umani o animali, laddove qui le costellazioni sembrerebbero preesistere Icario ed Erigone, ma essere totalmente in armonia con la loro anima. Al lettore appare dunque evidente come sia in atto in questi versi uno strabiliante gioco di scatole cinesi. La poesia di Nonno nasce su ispirazione della trattazione di Eratostene: prima viene l’osservazione del cielo, poi la trasposizione di una storia nell’universo stellato, poi ancora, all’interno della storia, viene trovata l’occasione per esprimere una credenza filosofica sull’origine celeste dell’anima, per tornare infine a tratteggiare i contorni delle forme che le stelle intessono nel blu della notte.

Ma le stelle non servono solo a ospitare teorie filosofiche: spesso nelle storie cucite intorno al loro pulsante bagliore non mancano riferimenti a usanze tradizionali, che segnavano la vita degli uomini antichi. Un esempio di come l’universo dei costumi terrestri venga trasposto nell’universo stellato ce la fornisce di nuovo Erigone, la cui storia non finisce con l’agghiacciante suicidio. In effetti, dopo la morte della fanciulla e del padre Icario, Dionisio si vendicò inviando ad Atene una pestilenza incurabile che spingeva le giovani donne ateniesi, preda di un’inspiegabile follia, a impiccarsi, proprio come Erigone. È grazie a un oracolo e all’ingegno umano che si riesce a trovare una cura all’ecatombe di fanciulle. Sugli alberi a cui erano spinte a impiccarsi le giovani ateniesi si iniziarono infatti a costruire altalene, consigliando alle fanciulle di imitare il dondolio di Erigone senza togliersi la vita, ma semplicemente sfruttando il movimento delle αἰώρα, ovvero delle altalene. Un’usanza destinata a reiterarsi negli anni e inserita poi all’interno di una festività molto amata dal popolo ateniese: le Antesterie, tre giornate tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo destinate alla venerazione di Dioniso, del ritorno della primavera e del rifiorire della terra. Se i primi due giorni erano interamente dedicati al vino, alla sua conservazione e al suo consumo, nel terzo giorno invece le fanciulle salivano sulle altalene e ricordavano il mito di Erigone che, d’altra parte, al vino era profondamente legato.

E se proprio di poesie, stelle e gesti quotidiani si volesse fare un nodo, allora ci sarebbe ancora un piccolo spunto che la storia di Erigone potrebbe offrire a noi lettori contemporanei. Nella violenta morte di Icario è insito un ammonimento destinato ad attraversare i secoli e a giungere fino a noi: il rischio che comporta bere vino in grandi quantità e, soprattutto, vino puro non mescolato con acqua, un’abitudine che i Greci assegnavano alla propria cultura più avanzata in opposizione alle usanze barbariche[3]. E proprio dei rischi connessi al consumo smodato di vino parla il poeta ellenistico per eccellenza, Callimaco, che nei suoi Aitia si propone di narrare in versi episodi mitici o eroici capaci di mostrare le cause remote di riti, feste, usanze e istituzioni della Grecia del suo tempo. In un passo, giunto a noi in modo frammentario, il tema del vino da bere con moderazione è accompagnato al nome di Erigone, citata proprio per ricordare l’origine della festa delle altalene.


«e né il giorno dell'apertura delle giare né il tempo

in cui le brocche di Oreste portano un giorno felice per gli schiavi fuggiti

e la celebrazione della festa annuale della figlia di Icario,

il tuo giorno, Erigone, oggetto di pietà per le donne attiche,

invitò a pranzo amici congeniali, e tra questi

uno straniero che, appena arrivato, soggiornava in Egitto,

dove era venuto per qualche affare privato; per nascita era

un Iciano e dividevo con lui un divano,

non per accordo preventivo, ma la parola di Omero, che il dio

porta sempre il simile al simile, non è falsa.

Perché anche lui aborriva bere vino liscio con la bocca spalancata

in grandi sorsate, ma godeva di una piccola coppa». (Aitia, fr. 178 Pf. vv. 1-11[4])


Nelle stelle gli antichi ritrovavano il loro mondo, fatto di tragedie familiari, perdite di persone amate e disperazione: un mondo mitico di affetti reali. Ma anche un mondo fatto di quei piccoli gesti che segnano la quotidianità arrivando a costruire l’immaginario di un’intera civiltà, come dondolarsi su un’altalena o bere vino misurandone le quantità. Le stelle sono memoria pulsante di tutto questo e ci mostrano, in uno specchio solo in parte deformante, affetti e usanze che ancora oggi sono nostri, pur nelle differenze che i secoli portano con sé. Ed è difficile, dopo aver conosciuto la storia di Erigone, non scorgere nel cielo qualcosa di profondamente consonante alla nostra umanità che, come seduta su un’altalena, si spinge verso gli astri in un dondolio eterno, dando voce a quei corpi celesti e alle loro storie tramite la poesia.

[1] Il grande racconto delle stelle, Piero Boitani, il Mulino, 2012. [2] Eratosthenes' Erigone: A Reconstruction, Friedrich Solmsen, Transactions and Proceedings of the American Philological Association , 1947, Vol. 78, pp. 252-256. [3] Wine, Water, and the Anthesteria in Callimachus Fr. 178 Pf., R. Scodel, Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik , 1980, Vol. 39, pp. 37-40. [4] Callimachus Aetia Introduction, Text, Translation, and Commentary, Annette Harder, Oxford University Press, 2012, Vol. 1 p. 348.

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