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  • Martina Toppi

Le antichità di Alma (appuntamento n°1)

HOMO SAPIENS PERCHE’ HERECTUS: PLASMATO PER AMMIRARE LE STELLE

Cosa lega l’uomo così profondamente al cielo e alle stelle? La nostra storia di specie non può che essere legata all’universo stellato, che ebbe inizio con il big bang, la grande esplosione primordiale dalla quale ogni cosa esistente nel nostro universo si sarebbe formata a partire da uno stato iniziale di altissima densità: un caos denso di possibilità. E un big bang ante litteram è anche quello con cui si aprono le Metamorfosi di Ovidio (43 a.C.-17 d.C), poema che dell’essere umano racconta una caratteristica straordinaria, quella di essere una creatura soggetta al mutamento. Molti dei lettori avranno incontrato nei loro percorsi di studio o nelle loro esperienze di lettura quest’opera che, prendendo in prestito le parole di Ovidio stesso, «in nova fert animus mutatas dicere formas» («A narrare di forme cambiate in corpi stranieri mi spinge l’ingegno») ovvero che ha come filo rosso della propria narrazione il tema della metamorfosi. In minor numero forse sono invece coloro che ricordano la primissima mutazione che apre le danze delle innumerevoli storie di metamorfosi qui incastrate l’una nell’altra, ovvero quella dell’uomo che dalla terra impastata di acqua piovana acquista la sua forma per mano di un dio. Nei quasi ottanta versi che precedono questa primaria metamorfosi il poeta mette in scena il palcoscenico che ospiterà tutti i libri successivi e in cui quello stesso uomo fatto di terra, acqua e cielo darà inizio alla propria storia. Il mondo nasce dal caos per Ovidio, secondo un principio di ordinamento ed espansione per cui «sbrogliate le cose e strappatele al fosco groviglio» in cui erano in principio concentrate, «un dio e una natura migliore» si apprestano a separare la materia informe in cielo, terra e onde. Una vera e propria genesi, entro la quale però l’uomo non viene creato per separazione della materia caotica primordiale, bensì plasmato ad arte, quando una manciata di terra viene impastata con acqua piovana.


69. Vix ita limitibus dissaepserat omnia certis cum, quae pressa diu massa latuere sub illa, sidera coeperunt toto effervescere caelo. Neu regio foret ulla suis animalibus orba, astra tenent caeleste solum formaeque deorum, cesserunt nitidis habitandae piscibus undae, terra feras cepit, volucres agitabilis aër. Sanctius his animal mentisque capacius altae derat adhuc et quod dominari in cetera posset. Natus homo est; sive hunc divino semine fecit ille opifex rerum, mundi melioris origo, sive recens tellus seductaque nuper ab alto Aethere cognati retinebat semina caeli; quam satus Iapeto mixtam pluvialibus undis finxit in effigiem moderantum cuncta deorum; pronaque cum spectent animalia cetera terram, os homini sublime dedit caelumque tueri iussit et erectos ad sidera tollere vultus.


69. Bastò che così ripartisse le cose entro fermi confini perché, troppo a lungo nascoste dentro la nebbia oscura, prendessero ad accendersi stelle per tutto l’empireo. In modo che non ci fosse regione immota da cose viventi, occupano il campo celeste astri e figure di dei, le acque si aprirono e accolsero i lucidi pesci, la terra si prese le bestie, la mobile aria gli uccelli. Ma un animale più nobile, più degno di un alto intelletto ancora non c’era, capace di imporsi su tutti. E nacque l’uomo: che l’abbia forgiato da un seme divino il Fabbro di tutte le cose, la Causa di un mondo migliore, o che la terra neonata ancora recasse, strappata appena dall’etere sommo, i germi fraterni del cielo e che l’avesse plasmata, mischiandola all’acqua piovana, il figlio di Giàpeto a immagine degli dei signori del Tutto. Se gli altri animali contemplano a testa bassa la terra, la faccia dell’uomo l’ha alzata, gli ha imposto la vista del cielo perché levasse lo sguardo spingendolo fino alle stelle. (Ovidio, Metamorfosi, I. 69-86, traduzione di Ludovica Koch, Fondazione Lorenzo Valla 2005



Di questa creatura straordinaria appellata dal poeta col termine «homo», di rarissimo uso in poesia, una caratteristica in particolare viene sottolineata: il suo avere un volto che possa ammirare il cielo. Il cielo di cui parla Ovidio è descritto come un etere limpido, ben distinto dalla «terrenae faecis», ovvero dalla feccia terrena. Un etere leggero, ma immobile fino a che, come se qualcuno avesse improvvisamente azionato un interruttore, «sidera coeperunt toto effervescere caelo», («presero ad accendersi stelle per tutto l’empireo»). Il verso 71 merita in particolar modo di essere assaporato in latino, perché è uno di quei casi in cui il passaggio alla nostra lingua priva la parola poetica latina della sua immensa forza espressiva. Il verbo che Ovidio sceglie di usare, «effervescere», in poesia prima di questa occorrenza è presente solo in Lucrezio. Si tratta di un verbo estremamente espressivo che in opposizione alla nebbia primordiale descritta nei versi precedenti produce un effetto di innovazione sia sul piano linguistico che descrittivo. Quello scintillio di stelle che per noi è solo visivo, per Ovidio è un miscuglio di vibrazione ed effervescenza. Un tremolare del buio profondo improvvisamente popolato di stelle. Un’immagine che è anche un suono, come se una bottiglia da qualche parte dell’universo fosse stata stappata e una fontana di luce avesse inondato l’etere. E se non fossimo abituati a considerare le stelle corpi inanimati potremmo davvero dire che è in questo verso 71 che la vita nell’universo ovidiano inizia: «In modo che non ci fosse regione immota da cose viventi, / occupano il campo celeste astri e figure di dei». Il cielo di Ovidio è davvero un cielo popolato da creature mostruose, semidei ed esseri umani che per le più disparate vicende vengono traslati tra le costellazioni. È questo lo spettacolo per ammirare il quale all’uomo viene dato un volto: un’immensa scenografia, densa di luce, fitta di suoni, catturata in pochi versi e consegnata a noi attraverso un viaggio lungo secoli. Non solo la prima azione dell’uomo è quella di alzare gli occhi al cielo, ma anzi, questa azione sembra quasi essere quella per la quale è stato creato e che lo distingue da qualsiasi altro animale.

Cosa significa identificare nel volto l’elemento caratterizzante della specie umana? È difficile da comprendere per noi contemporanei, ma era molto chiaro invece per gli antichi. Che l’uomo possa distinguersi dalle altre specie grazie al possesso di un volto e quindi all’acquisizione di una posizione eretta tramite la quale guardare il cielo non è una novità ovidiana, anzi è una nozione che nasce da una lunga tradizione filosofica, all’interno della quale spicca per notorietà e autorevolezza Platone. Il filosofo greco sottolinea questa peculiarità dell’uomo in uno dei suoi dialoghi filosofici, il Timeo. In greco il volto umano è il πρόσωπον, ovvero ciò che è posto di fronte alla vista ed è proprio grazie alla vista, sostiene Platone nel Timeo, che gli uomini possono elaborare discorsi intorno all’universo e di qui esercitare la filosofia che dall’osservazione degli astri sembra prendere l’avvio. «[…] dio ha trovato e ci ha donato la vista, affinché, contemplando nel cielo i giri dell’intelligenza, ce ne giovassimo per i giri della nostra mente, che sono affini a quelli, sebbene essi siano disordinati e quelli ordinati, e così ammaestrati e fatti partecipi dei ragionamenti veri secondo natura, imitando i giri della divinità che sono regolari, potessimo correggere l’irregolarità dei nostri.» (Platone, Timeo 47 a-c). Insomma, si potrebbe dire sulla scia di questo ragionamento che se l’uomo non fosse stato in principio herectus mai sarebbe potuto divenire sapiens, come suggerisce Piero Boitani nel suo libro “Il grande racconto delle stelle” (il Mulino, 2012). E ancora più eccezionale è cogliere questa riflessione che alla struttura corporea dell’uomo associa una sua caratteristica identitaria, ovvero quella di essere pensante, filosofo, in un poema come le Metamorfosi, concentrato in maniera eccezionale sulla tematica della corporeità. Non è casuale infatti che l’uomo di Ovidio sia come lavorato dalla mano di un dio-artista, come suggerisce infatti Alessandro Barchiesi nell’edizione delle Metamorfosi che ha curato per la fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori editore: «La fabbricazione dell’uomo, anch’essa una metamorfosi, illustra una verità primaria di questo poema, l’idea che la materia è modificabile e adattabile a sempre nuovi progetti e combinazioni.». Quasi come, si potrebbe dire, se l’uomo altro non fosse che terracotta modellata a immagine degli dei dalla terra amorfa, a sottolineare in questa parte iniziale del poema l’importanza che avranno poi tanto nel racconto quanto nell’esistenza dell’essere umano l’arte (il poeta, ποιητής, è definito con una parola che significa anche creatore, facitore, artista) e la corporeità.

E dunque le stelle? L’uomo è materia certo, ma è materia dotata di un volto e grazie a questo volto è un essere pensante. Il brano del Timeo citato poco sopra può aiutare a riunire le fila del discorso intessuto tra l’uomo fittile, d’acqua e di terra, e questo universo luccicante e popolato di astri e divinità, le «formaeque deorum», espressione usata da Ovidio forse per suggerire la forma delle costellazioni. In effetti Platone sostiene che il dono divino della vista è essenziale alla natura dell’uomo perché gli permette di osservare e imitare «i giri delle divinità». Le divinità cui qui Platone fa riferimento altro non sono che i pianeti, dal verbo greco πλανάω, che significa vagare, sebbene i movimenti dei pianeti non siano affatto casuali, ma anzi «regolari». Platone lo sa bene e anzi, identificando i pianeti con gli dei, vede nei loro movimenti un’espressione dell’Intelligenza suprema che informa l’universo. Quella stessa Intelligenza che in Ovidio è in grado di separare la materia caotica per trarne fuori il mondo in cui viviamo. Insomma, gli dei a somiglianza dei quali l’uomo viene plasmato in Ovidio erano per Platone quegli stessi corpi celesti per guardare i quali ci è stata donata la vista. E se è vero che la capacità di cambiare, che Ovidio in questo poema porta alle estreme conseguenze cui la fantasia spalanca le porte, distingue l’essere umano dai corpi celesti, ciò non toglie che l’esistenza dell’uno sia indissolubilmente legata a quella degli altri. Guardiamo gli astri e ne studiamo i movimenti per capire le leggi che regolano l’universo, ma forse, in fondo, perché in maniera appassionata tendiamo a modellarci su di loro che sempre, al di là dei confini dello spazio e del tempo, sanno scatenare in noi la più grande meraviglia.





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