• Riccardo Canaletti

«Perdere è umano, ma ingiusto»: recensione a "Minimo umano" di Stelvio Di Spigno

Un’impronta novecentesca, impastata nella lirica, e uno slancio verso una potenza marginale, quella dell’umanità e dell’indignazione. La poesia di Stelvio di Spigno Minimo Umano (Marcos y Marcos 2020) è allo stesso tempo un’eccezione e una conferma rispetto al panorama della poesia italiana. Una conferma, in quanto incarna un sentire poetico che ha caratterizzato, variamente, poeti come Montale e Caproni, Leopardi e Petrarca; un’eccezione poiché tra i pochi in grado di rendere la densità del discorso lirico senza cadere nel nostalgismo. L’ambiente attuale della poesia è un luogo di lavori in corso, dove si fa della poesia metapoesia e dove dal contenuto si torna alla lingua. Ma la lingua che si costruisce, o che va costruendosi con sempre maggior diffusione, è, contrariamente agli intenti, una lingua arida, che non incarna il presente, né è in grado di esprimerlo a livello contenutistico. Anzi: la poesia attuale è un amputare continuo di poesia. Da un lato abbiamo una certa poesia sperimentale (che nelle sue forme più radicali, come la scrittura asematica, degrada nel nulla) dall’altro un modo nuovo di concepire il rapporto tra linguaggio e mondo. Io credo però che questo non sia il compito della poesia. Fare cattiva filosofia non è il compito della scrittura poetica, e i versi non sono il luogo di una tematizzazione dei problemi di ordine semantico.

I testi di Stelvio di Spigno sono l’alternativa sana a questo movimento che man mano raccoglie tutto. La lirica, grazie ad autori come di Spigno, si salva e ci regala ancora qualcosa che non richieda un impegno smisurato per comprendere le nevrosi teoretiche altrui. E questo non significa abbandonare tout court la filosofia, bensì metabolizzarla nel discorso poetico, come per Goethe o per John Donne. Cosa fa, dunque la poesia?

(Sembrerebbe un discorso fuori tema, persino una boutade che prende in prestito questa recente raccolta per dirigersi da tutt’altra parte. Ma non credo sia così. Lo stato attuale della poesia ci impone di parlare del genere poesia ogni qualvolta si scriva di una singola opera, anche di un singolo testo. Le mie riflessioni nascono dalla lettura di Minimo umano).

Risposta: prima di ogni cosa ci parla, comunica al nostro momentaneo livello di attenzione di fare ancora più attenzione. La poesia è come una tempesta che alza il livello del mare e con esso alza la boa di segnalazione. Man mano che si procede nella lettura di Minimo umano ci si impegna in un viaggio che non lascia spazio alla disumanità, non solo morale ma estetica. La musicalità dei versi, la struttura lirica ci avvicinano al poeta. A differenza dei recenti interventi a favore di una poesia semplice (che sì contraddirebbe la tendenza prima descritta ma scadendo poi nella retorica sterile), la raccolta di Stelvio di Spigno si eleva senza intasare la fluidità del discorso. Non ci sono filtri, né contenutistici né metrici, c’è del buon esistenzialismo, un ottimo cattolicesimo. Ma non è questo il punto. Io credo che ci sia una differenza sostanziale tra una critica tecnica, un commento, e la profonda ammirazione. Forse sono a metà tra le ultime due alternative. Il commento è una nota consapevole dell’inutilità di parlare ancora, dopo quei testi. L’indignazione per il dolore mi estasia, perché, da ateo, riesco a condividerla pienamente. Perdere qualcuno, o qualcosa, è umano. Ma ingiusto.

«Vedi che sto scomparendo», dice l’autore. Ma prima ancora lo dice lo stile. Le liriche di Minimo umano sono un tipo di poesia che sta scomparendo, e che dovrebbe iniziare, credo, a mancarci. Sempre di più si avverte un bisogno di umanità, un tentativo di unione, un collante sociale e culturale che arrivi agli uomini gonfiando la massa della comunità, elevandoci nell’ascolto e nella compassione. Un discorso che si nutre di rabbia verso il dolore e di speranza.

Non amo parlare del contenuto di un’opera, qualcuno ha già scritto di questo (si veda l’intervista e il commento a cura di Iuri Lombardi per Yawp: Iuri Lombardi (a cura di), Intervista: Stelvio di Spigno, il cantore dell’assenza, «Yawp», 7 giugno 2020). Di fronte a un libro come Minimo umano credo che sia persino superfluo soffermarsi su questo, poiché nei testi contenuti nella raccolta ne va della vita dell’autore, un poeta che ha saputo ritagliarsi uno spazio lirico in un mondo che nega qualunque slancio nel mistero senza trucchi e impalcature linguistiche vigliacche.


Stelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università "l’Orientale" di Napoli. Ha scritto la monografia Le "Memorie della mia vita" di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico "I Limoni" con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2 a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013), Fermata del tempo, (Marcos Y Marcos, Milano 2015), che ha ottenuto il Premio Nazionale di Calabria e Basilicata e Minimo umano (Marcos y Marcos 2020).

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