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  • Sara Vergari

Nota di lettura a "La buona educazione" di Ivan Fedeli

Non è una novità che il Tempo, uno dei grandi interrogativi tanto della scienza quanto delle Lettere, si faccia oggetto in poesia, e tuttavia sfugga al controllo del suo autore conservando un’agentività che muove le parole e fa accadere la vita. In “La buona educazione” (Puntoacapo, 2021), Ivan Fedeli prova a raccogliere il tempo già accaduto e a tenerne i fili come una vecchia marionetta che ancora può far succedere qualcosa. E i fili si animano e passano attraverso cose, ricordi, persone, ritessendo una nuova storia e provando ad «aggiustare il tempo». Così di nuovo si srotolano le vecchie vite che per un momento sono sembrate interminabili, i ricordi d’infanzia «tra un panino al burro e / la bambina al piano sotto che gioca» e quelli sui banchi di scuola, il «sussidiario da studiarci» e il bidello Cesare, «la cartella sulle spalle tu che / ridi e canti e conti i passi da qui / a scuola». Poi sono gli anni Settanta, un altro tempo e un peso che si avverte anche negli occhi di un bambino, lo sguardo della Lollobrigida, cantare Modugno e Pasolini che non c’è già più. Come sottolinea Bertoni nella prefazione, la narrazione, cucita ben saldamente in un macrotesto, passa attraverso nomi e toponimi ben precisi, pubblici e privati, che richiamano con dolcezza a un tempo a cui si è voluto bene, fatto di una semplicità mai superficiale. Testi come “L’Elena del Settantadue”, “Adelina”, “Il bacio” rimandano a una tradizione neorealista cinematografica che procede per immagini tra juke box, ragazzini per le strade con i palloni e la guerra alle spalle, ma anche a quella letteraria dei racconti della Ginzburg, di Pratolini e Moravia per i sentimenti che si fanno più vivi del reale e diventano scuola. Anche la Storia che passa attraverso questi ricordi non sembra un fatto di cronaca, ma piuttosto la percezione sgranata e distratta di un bambino che, pur inconsciamente, assorbirà il peso di certi fatti per rielaborarli poi. In “La memoria”, mentre il mondo apprende dell’uccisione di Aldo Moro, quel bambino «pensava ai fumetti di Bee Gees», eppure ecco che ora l’evento riaffiora in poesia. E Fedeli compie una scelta saggia, quella di ricorrere alla memoria infantile del cuore per curare il tempo, per renderlo un tessuto setoso e così lasciarlo andare.



Il bacio


Dimmi un bacio cos’è ne eri curioso

mentre al juke box meravigliosamente

La Bertè con Sei bellissima. Cose

da grandi ci pensavi e ti bastava

nelle mattine lunghe e al mare quando

si scompare all’orizzonte la mano

nella mano e l’Adriatico accanto

a far contorno. Forse li invidiavi

un po’ i ragazzi i loro sguardi pieni

di luglio e di promesse buone ma

era usanza così che chi fa i sogni

sa sognare. Ancora troppo per te

in quell’estate colma d’aria e ciottoli

nell’acqua dove a gara si tirava

a contar rimbalzi fino a tardi e

si era maschi o femmine nient’altro.

Fortuna il martedì il pallone al campo

Improvvisato tra parcheggi e sassi

poi i tiri a svolazzare in libertà.

Nessun segreto di carezze insomma

solo i vagoni da contare e il treno

merci interminabile fino all’ultimo

respiro. Accadeva allora un silenzio

complice e via di un fiato a far baccano

alle coppiette dietro gli oleandri.

Dopo tutta una corsa a casa e tu

chiedevi degli angeli se si baciano

ogni tanto. Sbuffavano i tuoi

che c’era di ben altro da pensare

mentre un sorriso spuntava qua e là

nemmeno il fatto appartenesse a Dio

o ne tenesse il senso in sé una nuvola

rimanendo incomprensibile ai più

fino a evaporare altrove svanire.


La memoria


Era il giorno di Aldo Moro un martedì

che nessuno sa se il sole le nuvole

tuo padre il turno di notte tu a scuola

la ginnastica poi le bionde trecce

di Battisti che tutto ripara.

E noi si masticava cicche a gara

senza capire chi che cosa solo

immaginando a fine d’ora i salti

dopo il compito annullato e il mondo

andava proprio come Dio comanda.

A casa tua madre la canottiera

in lana da togliere che è maggio e

il coraggio di ridere del meglio

poi i versi di Quasimodo la sera

che a ricordarli proprio non si può.

Bisognava crescere in fretta forse

forse restare piccoli per sempre

quasi in quel sempre resistesse il bello

di un’epoca bella e nient’altro più

se non la memoria che torna e

lascia di sé la storia dei calzini

spaiati sotto il letto e i primi giorni

in giro noi e le femmine che va

bene anche così a suonare i citofoni

e scappare. Comunque era un brav’uomo

dicevano in tele di quelli veri

ma tu pensavi ai fumetti ai Bee Gees

da conservarli ancora un po’ dentro

prima dei blue jeans lunghi e le bugie

raccontate dopo il primo bacio

agli amici che non si capisce bene

se c’è stato o non c’è la verità

ma solo una finzione un mezzo inganno

buttato lì in attesa di un sorriso.


Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Dialoghi a distanza in Sette poeti del Premio Montale (Crocetti), Virus (ed. Dot. Com. Pres.), A margine (Ladolfi editore) e, per i tipi di puntoacapo Editrice, Campo lungo (2014, Premio “Casentino”), Gli occhiali di Sartre (2016, Premio San Domenichino, Premio “Vent’anni di Atelier”, Premio “Arcore”), La meraviglia (2018, finalista Premio “Caput Gauri”).

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