• Alessandra Corbetta

«Ma alle ore succedono le cose»: recensione a "Un’ultima cosa prima di partire" di Guido Turco

Guido Turco, nella raccolta Un’ultima cosa prima di partire (Marco Saya Edizioni 2019), non tenta in alcun modo di costruirsi un orizzonte d’ascolto, poiché preferisce seguire l’ordine dei suoi pensieri nei quali è il lettore che deve scegliere se intrufolarsi o meno. In altre parole, Turco giustappone situazioni del quotidiano, e ciò che in lui suscitano, in una successione inusuale, che in molti casi crea un effetto di straniamento o, quantomeno, un senso di interrogativo: «Mia moglie invece si concentra sui libri di ricette, dice che c’è un/ disegno dentro, che il senso delle cose sta nascosto anche se una/ volta che viene fuori poi scompare rapidamente./ Non riesco a darle torto, ma le ho solo consigliato di andarci/ piano.» Ancorato alla teoria dei non luoghi di Marc Augé, Turco riempie quegli spazi, che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici, di oggetti o persone, come per provare a dargli a vita: «La coda delle auto al centro commerciale ha l’apparenza di un/ verme. Qualcuno lo schiaccerà.».

In effetti, tutta l’opera è attraversata dall’idea di dover colmare qualcosa; in questa chiave si spiegherebbe la sovrabbondanza di nomi di scrittori e filosofi che Turco cita continuamente, senza dare davvero risalto a qualcuno di loro, ma facendoli piuttosto divenire parte di un qualsiasi elenco dove, come sottolineato anche dal tono ironico al quale più volte Turco ricorre, niente sembra contare sul serio: «Questi non sono haiku, ci mancherebbe. Nemmeno quelli di Jack/ Kerouac lo erano, né quelli di Andrea Zanzotto (ci/ mancherebbe). Gli haiku non servono a niente, come gli/ stuzzicadenti, la carta igienica monovelo, le notizie/sull’andamento della borsa. A niente.» Una profonda solitudine o, se si preferisce, un horror vacui contro il quale occorre fare qualcosa, fosse anche solo prenderne atto: «Ci assomigliamo per pura coincidenza. Non resta che constatare/ come la pelle si sia presto rigenerata, non lasciando traccia della/ ferita.»


In Turco si ravvisa una forma di coalescenza, nel significato sociologico del termine, e cioè di una coesistenza tra situazioni dicotomiche che, al posto di non consentire l’una la vita dell’altra, permangono entrambe come due facce della stessa medaglia. In Turco tale coalescenza è data dalla tensione tra ciò che si è e si ha e quello che si potrebbe essere e avere; in tutte le poesie della raccolta non viene mai meno, infatti, la contrapposizione tra l’hic et nunc e il possibile altrimenti, spesso collocato in un altrove non ben definito eppure migliore del luogo-tempo che si abita: «Dietro alle case,/ agli alberi, dietro tutto, c’è/ tutto quello che sparisce, prima o poi. E noi si possa dire ai/ bambini: non c’è più, è andato in cielo.» Nonostante la moltitudine di persone e personaggi, nonostante le nozioni e i tantissimi oggetti che popolano le poesie di Turco non si ha mai la sensazione di stare davvero con qualcuno o che qualcosa possa soddisfare quell’atavica malinconia e quel desiderio di conoscenza che investe tutta la raccolta; nemmeno i versi lunghi, che quasi invadono la prosa e che coprono le pagine, sembrano risolvere questa fame di vita: «Sarà più facile raccontare le liste della spesa, i giorni sottolineati/ alternativamente blu e rossi, sempre le stesse cifre, passarsi la/ mano tra i capelli e credere di non avere mai/ gli stessi appuntamenti.» A fare da trait-d’-union tra assenza e abuso, tra mondo vicino e mondo lontano un tempo che sfugge e che non è mai al punto in cui dovrebbe essere; non a caso Turco ricorre più volte al termine “anacronismo” per indicare l’essere fuori tempo delle cose e, forse, anche della sua stessa esistenza: «Anche l’anacronismo è scaduto. Paesaggi, strette di mano, le/ monete contate sul palmo della mano. L’anacronismo è una/ forma di compiacenza, da evitare, a meno che.» L’opera di Turco assembra una stratificazione di dualismi che, più di tutto, rimandano alla combinazione forma/destino tanto cara a György Lukács, nella quale nessuna risposta pare essere davvero pertinente e che finisce per rimanere sulla bocca come l’ultima cosa che si sarebbe voluta dire.


Guido Turco è di Fossano (CN) ma vive e lavora in Francia.

Da molti anni svolge una assidua e personale ricerca in campo poetico e ha al su attivo varie pubblicazioni e letture teatrali.

Ha pubblicato diverse raccolte di poesie tra cui Notariqon (Càriti, 1989) finalista al Premio Ceva 1989, Le traduzioni dal mondo (Book Edizioni, 1993), L’indizio della grazia (Lietocolle, 2000), 50 giri intorno al sole (Puntoacapo, 2012) menzione speciale al Premio Lorenzo Montano 2012, Un’ultima cosa prima di partire (Marco Saya, 2019) vincitore della sezione Raccolta Inedita di Bologna in Lettere 2019, mentre opere che uniscono versi e immagine sono state oggetto di numerose esposizioni, tra cui La Thèorie des anges gardiens (Bordeaux, 2010), Dispersion et rassemblement (Bordeaux, 2012) e La nature des géomètries (Bordeaux, 2018).

Poesie sono apparse su Vibrisse, Il Monte Analogo, e sul volume collettivo “Laboratorio in differita - vol. 1 2013-2015 – pareri di lettura sulla poesia emergente (a cura di Davide Castiglione)”.

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