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  • Immagine del redattoreElena Verzì

Le Giovani Interviste: Marilina Ciaco

Prosegue con Marilina Ciaco lo spazio "Le Giovani Interviste di Alma" dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.


I primi sei appuntamenti saranno dedicati alle poetesse e ai poeti inclusi nel Sedicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos 2023).


XVI Quaderno, Alma Poesia

La tua raccolta Gli anni del Disincanto pubblicata nel Sedicesimo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos 2023) si presenta divisa in 3 sezioni (Ghost Track, Ouroboros e Milano 2). Le tue storie sono piene di interrogativi e i numeri sembrano avere un ruolo importante. Il tempo appare soggetto e contesto indiscusso, vedi i componimenti Test (da svolgere con l’ausilio del timer), Vite a lunga esposizione. A tal proposito, che valore assume la dimensione temporale nella tua poesia e che ruolo ricopriamo noi in questo periodo? Quali rischi corriamo a trovarci fuori tempo? E in che luogo ci collochiamo?

 

Percorrendo le tre sezioni che compongono Gli anni del disincanto il tempo è certamente un elemento centrale, eppure non è mai un qualcosa di lineare o di predeterminato, anzi direi che assume spesso un aspetto multidimensionale. C’è il tempo rituale, ciclico, e insieme frammentato del ritmo intrinseco ai testi; c’è il tempo bloccato della coazione a ripetere nei gesti insensati che compiono alcuni dei personaggi/attanti; il tempo dilatato, distorto, della «lunga esposizione» fotografica; o ancora il tempo rizomatico della coscienza. Abbiamo bisogno di raccontarci delle storie che abbiano un inizio, uno sviluppo più o meno coerente e una fine, ma a un livello psichico più profondo i diversi piani della temporalità “canonica” coesistono, vi sono scambi e cortocircuiti continui fra presente e passato. Mi interessava l’idea di riprodurre, in qualche misura, gli effetti di questa compresenza perturbante. Penso che la scrittura abbia la capacità di plasmare questa forma multidimensionale di temporalità che, pur rientrando appieno nel flusso della percezione, introduce uno spazio-tempo separato, insinua una contraddizione nell’apparente linearità. L’esperimento del Test è in questo senso una sorta di mise en abyme, ovvero una separazione di secondo grado all’interno di uno spazio che è di per sé un “a parte”. Anche per questo credo resista sempre uno scarto fra la scrittura e la vita, nel senso che la scrittura è inevitabilmente inattuale, arriva troppo presto o troppo tardi rispetto agli eventi concreti, per così dire. Esistono dei rischi nell’accogliere l’inattualità? Certo, ma anche delle possibilità di riflessione e di produzione del senso che uno sviluppo puramente cronologico non consentirebbe di esplorare. E dunque dove ci collochiamo? Rispondo con un’annotazione di Corrado Costa: «Il luogo della poesia torna sempre fuori, anche se il poeta è senza luogo».

 

Stefano Colangelo nella prefazione alla tua raccolta afferma che sia «piena di maschere, di sogni che svelano pezzi di realtà e di oggetti che si sono persi»; in una raccolta nel cui titolo è presente il termine “disincanto”, quale valore attribuisci a questa parola all’interno del tuo libro e nella tua poesia, e quali significati riveste? Le assenze, gli spettri, il non esserci, tornano schematicamente nelle tre sezioni; sono tracce di storie generazionali?

 

Il discorso intorno al disincanto può avere una duplice valenza, individuale e intersoggettiva al tempo stesso, e di conseguenza sì, anche storica e generazionale, come hanno fatto notare sia Stefano Colangelo che Franco Buffoni. Per quanto mi riguarda, ho provato a condensare in questo termine quanto di comune ci può essere fra la mia esperienza soggettiva (di soggetto empirico e di soggetto scrivente) e i molti vissuti possibili di altre persone. C’è un’assenza che riguarda l’innominabile-indicibile della scrittura in sé, e che per ciascuno assume un insieme di significati diversi, ma ci sono anche i tanti spettri tangibilissimi, storicizzati, che appartengono a una condizione condivisa, credo. La fine del Novecento ha coinciso con la fine delle ideologie e dei grandi sistemi di pensiero, con il crollo delle utopie – un testo di Milano 2 contiene una citazione da Spettri di Marx di Derrida –, eppure non siamo ancora usciti del tutto dall’orizzonte di quel desiderio irrealizzato. Allo stesso tempo, faccio parte di una generazione, quella nata negli anni Novanta in Italia, che ha conosciuto in maniera diretta soltanto il tardocapitalismo nella sua fase avanzata: il desiderio al quale abbiamo avuto accesso e sul quale si è formato il nostro immaginario è un desiderio mercificato. E ci siamo ritrovati nel bel mezzo dell’Antropocene, facciamo i conti ogni giorno con un’eredità di macerie, a una pluralità di livelli.

Il disincanto equivale quindi a una presa di coscienza, un momento decostruttivo che si pone come condizione di necessità per immaginare nuovi paradigmi trasformativi. Se Michel Foucault ha proclamato la morte dell’Uomo così come lo conoscevamo, ovvero del soggetto universale della cultura umanistica e illuministica, sarà forse il caso di diventare qualcos’altro, ma non è detto che i tempi siano maturi per un rivolgimento tanto radicale. Anche in questo caso, l’inattualità della scrittura potrebbe aprire uno spiraglio.

 

Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?

 

Si tratta, come dici a giusta ragione, di un fenomeno assai complesso, di certo non risolvibile in facili polarizzazioni. Ormai è assodato che il web e la diffusione su ampia scala dei media digitali abbiano influito anche sulle forme, i modi e i temi della poesia, tanto in termini di logiche di produzione dei contenuti quanto nelle modalità di fruizione e diffusione degli stessi. Mi sembra ancora attuale un saggio di Gherardo Bortolotti che risale a quasi una decina di anni fa, “Oltre il pubblico: la letteratura e il passaggio alla rete”, pubblicato su Nuova prosa nel 2014 e su L’Ulisse nel 2016. Tralasciando, quindi, quanto è stato già ribadito in altre sedi (nonché argomentato con studi e ricerche opportune), se ci limitiamo agli sviluppi più recenti di questi fenomeni menzionerei due fatti a mio avviso degni di nota. Il primo è la dialettica tuttora aperta fra il potenziale di creatività/innovazione e la crescente standardizzazione dei contenuti. Siamo sempre più avvezzi a produrre testi intermediali e ad avvalerci di pratiche di prelievo, dislocazione e rilocazione/rimontaggio di contenuti preesistenti, tant’è che, come hanno notato, fra gli altri, Kenneth Goldsmith e Marjorie Perloff, molte delle scritture contemporanee sono sempre più ibridate con forme di uncreative writing. Attingendo dal serbatoio senza fondo del web, le combinazioni possibili sono sì innumerevoli, ma anche giocoforza ripetitive, tautologiche. Le procedure come il glitch, più visuali che verbali in senso stretto, permettono di generare un disturbo nel codice decostruendolo dall’interno, ovvero riscrivendolo in forme volutamente aberranti. Così facendo si oppongono alla standardizzazione tipica degli usi più frequenti dei media digitali, e questa mi sembra un’operazione esteticamente sensata. Il secondo punto riguarda la necessità di sviluppare una visione integrata, espansa, multiforme, tanto della testualità quanto dell’autorialità contemporanea. Non è più possibile tralasciare l’esistenza di numerosi archivi di testi pubblicati online – uno dei casi più sistematici in questo senso è quello di gammm – e neppure limitarci a ricostruire una certa istanza autoriale soltanto a partire dalle pubblicazioni cartacee. In un saggio di prossima pubblicazione mi sono interrogata appunto sulla possibilità di considerare anche l’attività svolta sui social media come parte della “funzione autore”, perlomeno nei casi in cui è possibile scorgere una forma di progettualità, una coerenza (relativa) e un lavoro sulla forma a partire dai contenuti pubblicati.

 

Siamo nel 2023, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurito: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo. Alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court e in riferimento anche alla conta che sempre viene fatta di autori uomini e autrici donne presenti in lavori corali come quello di cui il tuo Gli anni del disincanto fa parte, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?

 

Parliamo di un tema che i movimenti femministi, e prima del femminismo i movimenti per la parità dei diritti e per l’emancipazione delle donne, si impegnano a portare all’attenzione pubblica da almeno due secoli. La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges è del 1791. Oggi esistono, perlomeno in linea teorica, le condizioni per affrontarlo in tutte le sue implicazioni storiche, sociali, politiche. La prospettiva intersezionale ci insegna che il posizionamento di un soggetto, e quindi anche di un soggetto scrivente, è la risultante di una pluralità di assi, tra cui quello relativo al gender. Mi sembra importante ricordare che la letteratura, come tutti i prodotti culturali e semiotici, implichi di per sé un certo posizionamento, e non credo sia tanto una questione di numeri, quanto di meccanismi di rappresentazione che stanno a monte dei fenomeni più immediatamente percepibili, vale a dire di costrutti culturali e sociali. Che ci sia ancora tanto lavoro da fare su questo fronte mi pare innegabile, anche se negli ultimi anni mi sembra di aver captato diversi segnali positivi – penso soprattutto agli studi e alle pubblicazioni, non soltanto all’informazione veicolata dai mass-media, il cui rischio di semplificazione è sempre in agguato. Discorso letterario e discorso pubblico adoperano canali, modi, strumenti differenti, pur non escludendo, va da sé, delle zone di convergenza o sovrapposizione. Laddove il secondo tende a restituire un’impressione di (ipotetica) trasparenza, di “chiarezza”, il primo è ben più indiretto, opaco, come uno specchio deformante.

Partendo da tali presupposti, la tematizzazione e/o la formalizzazione di un certo posizionamento “eccentrico” rispetto a una norma socialmente imposta, ovvero la messa in opera della “differenza” che si esperisce, può rientrare o meno nella propria ricerca poetica, può essere un dato implicito così come volutamente esposto, oppure può essere del tutto irrilevante. Durante due recenti presentazioni del Quaderno, quelle di Pinerolo e di Bologna, abbiamo avuto modo di confrontarci anche intorno a queste istanze insieme agli altri autori e alle altre autrici presenti, e ciò che è emerso, sintetizzando al massimo, è che si tratta di una variabile soggettiva. Per me è stato decisivo il passaggio da un soggetto che si presumeva “neutro”, e che si dava per negazione migrando attraverso una molteplicità di maschere (in Ghost Track), a un soggetto consapevolmente femminile, la cui presa di parola è di per sé problematica, perché non era prevista dal sistema-lingua, dalle «grammatiche» «di cui non sai liberarti» (in Ouroboros e in Milano 2). Quanto ai possibili sviluppi futuri, non saprei che cosa aspettarmi, ma vorrei concludere con un consiglio di lettura: il Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile di Alice Ceresa.

 

Ti chiedo di scegliere da Gli anni del disincanto tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.


Da Ghost Track


*

prevedere un gran finale e neppure fossi

esplosa a Volgograd venticinque morti almeno

ci sono dei momenti nel corso dei protocolli

in cui la memoria si stacca dalla via indicata dal controllo

 

risponde a una serie di domande del controllo

dicendo che la risposta sarebbe stata «irrilevante»

la vita andrebbe vissuta così, senza cambiarne una lettera

da questa altezza vede solo quello che manca

 

come essere sfiorati, all’improvviso, dal sospetto

che «il quadro completo» non esista affatto

anche questa volta avrebbe selezionato i dettagli da inquadrare

evitato accuratamente il proprio ingresso all’interno della cornice

sostando oltre i margini del telo, in un altro fuori campo

 

Da Ouroboros (Storia delle grammatiche)


Primo doppio

 

ho incontrato troppo tardi le persone per poterle amare

ho incontrato troppo tardi le persone per poterle non amare

 

arriva un giorno, è tardi

le persone sono arrivate e così se ne vanno

uno dice non me l’aspettavo

l’altro dice c’era da aspettarsi

 

tempo impiegato per: quello che non sono

altro tempo per: la vita da immaginare

la storia di una vita è una storia delle grammatiche

quelle che impari e quelle di cui non sai liberarti

 

Da Milano 2

 

A Milano 2 i colori preponderanti sono il verde smeraldo e l’arancio mattone o arancio bruciato. I condomìni che si chiamano residence e che dovrebbero ricordare nello stile e nelle finiture delle ville plurifamiliari sono rimasti gli stessi degli anni Settanta, soggetti, con ogni probabilità, a puntuali e meticolosi lavori di manutenzione. Le sagome degli alberi all’orizzonte e le sagome degli alberi che si riflettono nel laghetto dei cigni avrebbero dovuto conservare nel tempo l’idea dei bambini che giocano nel verde, l’idea degli alberi che convive con l’idea dei prati, dei fiori, dei bambini, ma gran parte del campo visivo è occupato dai residence. Nella piazza centrale, il monumento commemorativo alla costruzione di Milano 2, l’NH Hotel, il ristorante cinese, il bar-ristorante d’antan con le tovaglie bianche e le sedute rivestite in velluto, da commedia all’italiana. Nello spazio riservato alle recensioni di Google Maps A. scrive: la prima pietra di Milano 2 posata dal Silvio in persona. C. risponde: stupendo posto rilassante. Una bicicletta appoggiata al parapetto di fronte al lago, tra due lampioni rossi, è lì per essere fotografata, come i cigni e come tutti noi. Quando qualcuno sognava ancora la rivoluzione, l’Italia sognava Milano 2. Adesso Milano 2 è il nostro spettro, l’utopia abortita e riemersa in uno spazio di visibilità invisibile, nella disparizione di un’apparizione. (Perché ci sia fantasma, è necessario un ritorno al corpo, ma a un corpo più che mai astratto). Molti uomini e donne di mezza età passeggiano col cane, un gruppo sparuto di adolescenti muniti di monopattino o skate si aggira tra i portici da cui si intravvedono le gioiellerie, un’agenzia di viaggi, un centro benessere e una boutique. Nei riflessi delle vetrate della hall ci sono soltanto i due addetti alla reception e un grande lampadario formato da tre dischi di resina grigia pendenti dal soffitto, all’unico tavolo occupato del ristorante cinese una ragazza è rimasta seduta da sola per due ore, ha ordinato un’acqua naturale. Anche a Milano 2 la piazza è vuota.


Marilina Ciaco, Alma Poesia

Marilina Ciaco (Potenza, 1993), laureata in Italianistica all’Università di Bologna, ha conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura Italiana Contemporanea e Visual Studies presso l’Università IULM di Milano, discutendo una tesi intitolata Dopo la poesia? Installazioni, esperienza estetica, allegoria nella poesia del Duemila. È stata chercheuse invitée presso l’Université Paris 3 Sorbonne Nouvelle e ha collaborato con il Colby College (Maine). Ha partecipato a convegni nazionali e internazionali. È stata selezionata come autrice emergente per RicercaBo 2017, finalista del Premio Pagliarani (inediti) 2019 e del Premio Pordenonelegge - I poeti di vent’anni 2022. Ha pubblicato Intermezzo e altre sinapsi (Edizioni Volatili, 2020) e Ghost Track (Zacinto, 2022). Suoi testi e articoli di critica sono apparsi su riviste e lit-blog.

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