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  • Immagine del redattoreMario Saccomanno

Le Giovani Interviste di Alma: Michele Bordoni

Ricominciamo con Michele Bordoni lo spazio "Le Giovani Interviste di Alma" dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.


I primi sei appuntamenti saranno dedicati alle poetesse e ai poeti inclusi nel Sedicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos 2023).


Alma Poesia, XVI Quaderno, Marcos y Marcos, Michele Bordoni

In primo luogo, vorrei soffermarmi su uno dei temi fondamentali della tua raccolta Il duca di Sullun inclusa nel Sedicesimo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2023): il corpo. Nel farlo, credo possa risultare proficuo mettere in risalto le parole di Cristiano Poletti che, nell’introdurre ai tuoi versi, invita ad affacciarsi alla «minuta registrazione dei contrasti» proprio tramite «il filtro del corpo». Così, ti domando se è tramite il concetto di corpo, con la sua estensione e il suo moto, con tutte le sue valenze e con la sua profonda interconnessione al concetto di anima (come si evince sin dalla prima composizione della silloge, in cui figura il chiaro rimando al mito della biga alata contenuto nel Fedro platonico e a quella locuzione, «salvare i fenomeni», anch’essa attribuita al celebre filosofo greco) che risulta possibile districarsi nelle tue composizioni? Inoltre, qualora fosse così, mi piacerebbe capire se, in questa tua riflessione “del” e “sul” corpo, è possibile che possa darsi una coscienza pura, completamente trasparente, oppure se, al contrario, la coscienza risulta essere pur sempre mediata dal mondo.


Buongiorno a tutti i lettori di Alma Poesia, e grazie a Mario per queste domande. La questione del corpo è una domanda sempre aperta su se stessa, un rovello che non è mai facilmente districabile. Nel Duca, che all’inizio volevo intitolare L’apparato umano (che è restato invece il titolo della prima sezione), volevo tentare di boicottare sia il sistema che la griglia epistemologica secondo i quali ad ogni corpo viene, tradizionalmente, affibbiata un’anima: questa dinamica, voleva all’inizio proporsi come una riduzione fenomenologica di quello che il corpo stesso, con tutto quello che implica a livello di immagini, sensazioni, scontri e contatti, proponeva, senza donare un senso esteriore a questa registrazione dei contrasti. Insomma, il tentativo era quello di presentare un episodio o un evento, un pensiero, senza portare il verso in direzione di una conclusione di qualche tipo, morale, spirituale, filosofica o lirica che fosse. Volevo parlare, in particolare, degli effetti della depressione a livello corporale, senza rendere questo testo un diario intimo o una cartella psichiatrica, e senza usare questo spazio e queste pagine per esaltare le potenzialità liriche della melancolia. Non so se poi il tentativo sia andato a buon fine, ma a livello poetico (a livello, cioè, della produzione testuale) questo fatto ha portato a due conclusioni: la rottura del ductus endecasillabico che ha sempre contraddistinto i miei versi e la distanza tra il “uestoaconcetto” e il “corpo”. La prima conclusione deriva dal tentativo di resistere alla pressione livellante e lirica dell’endecasillabo, di creare un pathos o un ritmo in grado di portare in cauda le maggiori conclusioni o i maggiori effetti sonori. Il verso, che parte di solito come un endecasillabo, si slabbra e si allarga, diventando più un discorso, un dis-correre lungo l’asse del corpo, dell’organismo stesso e dei suoi effetti. La seconda conclusione porta invece alla comprensione che, trattando il corpo come un concetto, lo si priva della sua materialità e della sua organicità tattile, della sua tridimensionalità, della sua testardaggine. Questo ha poi portato a una riflessione sul concetto di “chi è che parla”, a una anatomizzazione di questa domanda (che si sposta, sul piano tematico, all’ossessione per le tavole vesaliane o per la pelle che si apre e lascia trasparire quello che c’è dentro) che porta al secondo tuo punto, quello della coscienza mediata o im-mediata. In questo libro il titolo nobiliare del Duca è Sullun, che vuol dire Nullus al contrario. Se quindi il duca è il duca “del contrario di nessuno”, è il duca di tutti e di tutto. La coscienza di se stessi è pertanto mediata tramite la coscienza di tutti, tramite il tocco di quelle mani che dall’esterno vengono a donare e a plasmare come un vaso d’argilla il corpo di un io che è un groviglio di incontri.


Il tuo approccio poetico non si ferma mai al primo darsi delle cose e rifiuta qualsiasi tacito accontentarsi di concetti astratti e generici. Quanto ricerchi è un continuo rispecchiare le convinzioni raggiunte in nuovi sguardi capaci di spazzar via ogni traguardo. Oltre al costante appellarsi a una fitta schiera di pensatori con cui dialogare, un elemento fondante del tuo agire è senza dubbio l’incontro con l’“Altro”, col diverso da sé. Sembra che solo tramite incontri siffatti ogni convincimento possa avvalorarsi. Va da sé che questo costante tentativo di livellare un convincimento debba fare continuamente leva sul mondo sensibile. Da qui, i versi diventano strappi, folgorazioni che si insinuano nel quotidiano o spesso analisi e riflessioni che hanno pur sempre bisogno di essere calpestate giornalmente. È solo tramite questa peregrinazione incessante che si può giungere a definirsi in modo esatto, in un modo che possa dirsi soddisfacente?


Definirsi vuol dire in qualche modo concludersi, ritirarsi. L’esercizio in questo Duca di Sullun è quello di rimanere in equilibrio tra una completa e narcisistica percezione del sé (il lato nobiliare del titolo, il duca aristocratico e scostante) e il portato comico del titolo di questo nobile, che se è un duca è un duca di niente e di nessuno. È chiaro che nell’autocostruzione dell’io in versi viene a svolgere un ruolo fondamentale il lato positivo e consistente di questo nulla, il portato materiale della cassa vuota, il legno che la compone e che è pronto ad accogliere altre cose. È una sorta di processo alchemico, di combustione delle scorie da raffinare, di pulizia del fornello, di attesa di una futura ricomposizione. Il fatto che poi questa attesa perduri è forse un indizio sulla genuinità dell’operazione, perché implica la permanenza in uno stato di movimento e di ricerca, di alterità e di esercizio. L’Altro compie una funzione comparativa, un continuo ritornare al punto di sospensione delle certezze: il corpo è sempre confuso con quello degli altri, toccare se stessi è toccare gli altri. Il concetto di “carne” di Merleau-Ponty può forse avvicinarsi a questa sensazione di essere nello stesso flusso di sensazioni di tutti, di appartenere ad una comunità umana, una creaturalità diffusa e intricata fatta di tanti piccoli io in costruzione.

Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


In un’altra intervista avevo riflettuto sull’aspetto comunitario della rete, notando come fosse stato l’algoritmo dei social ad aver creato, al giorno d’oggi, una comunità virtuale di poeti per lo meno coetanei e non. I tanti contatti di Facebook o Instagram sono, per la maggior parte, conoscenze e amicizie virtuali con altri poeti o scrittori. Molti miei amici stretti sono anche diventati tali per via di un iniziale contatto sui social, e questo mi sembra di riflettere un lato positivo. La controparte negativa, se vogliamo, è che l’algoritmo funziona anche in maniera selettiva; è complicato, almeno per me e in questo periodo, riuscire a esplorare altre realtà virtuali, altre “nicchie” sociali fuori da quelle dei poeti o degli scrittori. Non so pertanto se la Rete salverà la poesia, né se tanto meno la stia distruggendo. L’impressione è che essa stia mostrando meglio di altri canali lo stato attuale della poesia, come una sorta di repertorio bibliografico perennemente aggiornato dagli stessi autori (non è nulla di nuovo, almeno a partire da Wikipedia). Credo, ad esempio, che sia molto più facile avere notizie di novità editoriali sui social che tramite i canali “normali”, e se questo porta a riflettere è per via della riduzione delle possibilità di approvvigionamento della poesia. Per quanto riguarda invece l’aspetto strettamente linguistico o compositivo, non credo che il Duca sia molto attivo sui social. È sì attento alle novità digitali e mediali della contemporaneità (le app, così come YouTube o le piattaforme di streaming pornografico sono presenti nel testo), ma a livello di lingua e di immaginario – complice forse l’inevitabile e inarrestabile boomerizzazione del suo autore – questo aspetto non è penetrato come, magari, è avvenuto nel compagno di Quaderni Antonio Perozzi, la cui linea poetica è di indubbio interesse.


Siamo nel 2023, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurito: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout court e in riferimento anche alla conta che sempre viene fatta di autori uomini e autrici donne presenti in lavori corali come quello di cui il tuo Il duca di Sullun fa parte, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


La mia impressione a riguardo è che, pur essendo nel 2023, un dibattito sulle questioni del gender in poesia non solo non sia esaurito, ma non sia neanche giunto a un punto apicale o a un qualche punto. D’altronde, non credo sia la poesia l’unico campo in cui esso abbia lo stesso stato di sviluppo. La distinzione tra maschio e femmina, inoltre, sta subendo delle continue ricalibrazioni, e se da un lato si assiste a una presa di coscienza sui danni sociali del “patriarcato” (e il caso ha voluto che durante questa intervista siano accaduti orribili fatti di cronaca che confermano questa triste situazione), dall’altro ci sono anche dei movimenti di riproposizione del tema del maschio debole, della virilità in crisi, degli uomini non alfa ma beta e gamma. C’è, mi sembra (ma io vivo in Francia, e questo aspetto non mi sembra secondario), un sommovimento generale sulle questioni di genere, che porta con sé una sorta di evoluzione del discorso non tanto a livello specifico (maschi vs femmine) quanto a livello di genere (cosa vuol dire essere umani?). In poesia non mi sono mai veramente interrogato su queste questioni in maniera esplicita, ma credo che il concetto di “carne” di cui parlavo sopra abbia una certa attinenza in questa prospettiva. Ipotizzare un soggetto alla ricerca di se stesso e in contrasto estremo fra due polarità opposte implica aprire la scatola dell’io e di riempirla di tante cose, di tante prospettive, in una sorta di rifocalizzazione che, se da un lato ha le forme di un accecamento, dall’altra somiglia a una vista mosaicale in cui le singole tessere perdono la loro unità per andare a comporre qualcosa che è tale solo se sfocata.

Ti chiedo di scegliere da Il duca di Sullun tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.


Scelgo due testi dalla prima sezione del Duca di Sullun, ovvero L’apparato umano. Il terzo testo invece proviene dalla sezione in cui il tema del corpo e dell’identità è filtrato dalla riflessione sull’immagine e sul suo aspetto corporeo e alchemico, Louvre au Noir.

L’anima, il cocchio a due cavalli di Platone,

vi penso in aeroporto, a motori accesi, in fase di rollaggio sulla pista. È metà ottobre, ancora verde l’erba ai lati del cemento. Vi penso come a una corsa frettolosa, anticipata se poi la paragono alla fermezza titanica dei fiori a inizio autunno, fedeli al loro stelo anche nel vento rovente delle eliche.

Tὰ φαινόμενα σῴζειν*, salvare i fenomeni e anche i dettagli, il folto della terra. Rianimare l’autunno, inabissarsi e trovare un azzurro di rimando anche nel cocchio infranto a terra, chissà dove l’auriga.


*

Il cabbalista nel piccolo schermo, nella sua breve lezione su Youtube, spiega che la parola male רצ (ra) leggendola al contrario ci ridonaצר (ar) che vuol dire svegliarsi, perforare la campana di vetro e di ripetizione in cui come un criceto si è finiti. Il male, quindi, come scossa, sprone; e poi, mentre attacca alla lavagna nuove lettere lui mostra come, immettendo una vocale al punto giusto, il dolore* diventa un caro amico*, la gioia che promette una futura fioritura che squarcerà la terra.

Prendo il mio corpo, il mio corpo linguistico a modello, smembrando le vocali del nome e del cognome, rimestandole le infilo nelle pieghe delle mani, corpo a corpo vocale e consonantico, parole come organi sul tavolo dei trapianti. Il dolore e il male che proprio adesso rigonfiano l’anima – al punto che è persino contemplato il coltello da cucina come bisturi per incidere la pelle e farla germogliare – non trova un’inversione che dia senso. Che sia l’ordine delle persone incontrate negli anni a dover essere sconvolto? Che siano i cromosomi a dover essere letti al contrario?

Rovescio anche le vecchie mie poesie, quegli

esercizi per resistere al dolore in cui il male – più che amico – è radice, fondamento granitico e marino della voce, quando ancora credevo che lo scrivere avrebbe potuto consegnarmi a un’altra dimensione, a un altro ritmo rispetto a questo franto e disorganico nei cui versi cerco il verso giusto di legare e ricucire insieme i resti, le anatomie del bene.

Se non altro ho compreso la causa del mio lungo legame con l’insonnia, il male che ti sveglia e ti costringe a rimanere desto, ben oltre il coprifuoco della notte.


*


Basiliek van het Heilig Bloed

Il prete dietro al plexiglass sta immobile. A vederlo da qui, da questa sedia, neanche socchiude le palpebre mentre la turba di spagnoli fedelissimi si abbona all’aldilà con due monete, il costo dello sguardo alla reliquia. Il sangue di Cristo nella teca d’argento arrossisce per lui, che è ormai un pinnacolo di luce immateriale, puro spirito, figurina di marmo dentro al muro. Sembra essere un’immagine dipinta, meccanica caduta da un ordigno celeste.

A me piace e non piace questa luce fiamminga e polverosa che entra dai vetroni, e questi colori di terra che raccontano una storia che non ha né tempo né corpo. Non mi fido della tonaca del prete. Il legno dietro all’oro è geometria, simmetrico riflesso strutturale di un altrove che dicono sia qui, ma più sfocato, opalescente, tanto che per vederlo lo si mette in alto, stirato come un tendine o un rampicante astratto, un filo a piombo o un Giacometti di muscoli. Una materia araldica, sfibrata, che non si riconosce nell’attesa di un tutto che la renda più che membro corpo intatto, figura a tutto tondo, non più solo rigagnolo di pioggia sopra il vetro.

Siamo ancora all’auriga di Platone, al cavallo riottoso e rompipalle. Ma come non amarlo quel somaro mi dico solo sulla sedia di vinile della chiesa, consegnato allo sguardo di plastica del prete che pare invece di tutt’altro avviso. Spogliati delle tue quattro spoglie, mi dice, strato a strato di pelle, fino alle ossa. Assumiti una forma vegetale, automa o foglia d’acero, imponiti di far di te un Michele irraggiungibile, inciso su un arazzo o su un pennone.

E io che immaginavo solo belli gli angeli capisco quanto possano impaurire nell’atto della trasfigurazione, mi tengo stretto l’asino o il cavallo zoppo, già mezzo fuori dal recinto di pelle, qualche dito già solo come un ramo.

* Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Premessa gnoseologica, p. X * כאב Pronunciando la parola come keév si ottiene dolore * כאב Pronunciando la parola come kiév si ottiene amico


Michele Bordoni, nato nelle Marche nel 1993, è dottorando presso l’Università di Cagliari, dove studia il rapporto fra immagini e parole tra Rinascimento e Barocco, con un focus sul pensiero di Giambattista Vico e sull’emblematica rinascimentale. Ha scritto saggi sulla poesia contemporanea, su Mario Luzi, sull’opera di Sir Thomas Browne e sul rapporto fra letteratura moderna e cultura visuale. Come poeta ha pubblicato, per i tipi di italic, Gymnopedie (2018), Premio Opera Prima al concorso Guido Gozzano del 2019, secondo posto al premio Solstizio nello stesso anno, Premio Ceppo Pistoia – sezione Under 35 nel 2021. Suoi testi sono inclusi nelle antologie Abitare la parola (a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Ladolfi, 2019), La poesia delle Marche. Il Novecento e oltre (a cura di Guido Garufi, Affinità elettive, 2021), Poeti italiani nati negli anni’80 e ’90, vol. 3 (a cura di Giulia Martini, Interno Poesia, 2022), nella rivista internazionale «Gradiva» e nella rubrica I poeti di trent’anni di Milo de Angelis su «Poesia». Ha curato l’antologia-intervista di Paolo Fabrizio Iacuzzi Peste e guerra. La poesia non salverà la vita (Interno Poesia, 2022).

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