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  • Martina Toppi

Le antichità di Alma (appuntamento n°7)

VIAGGIO NEL DE RERUM NATURA DI LUCREZIO CON LA TRADUZIONE DI MILO DE ANGELIS


Come si racconta l’incontro con una persona incontrata per caso, tra le pagine di un libro? Con difficoltà e la sensazione costante di non riuscire a dire tutto, a tratti di non star dicendo proprio nulla. Ma se quella persona è entrata nelle stanze della vita e si è fatta compagna silenziosa delle ore in cui la luce si intrufola tra le pieghe delle tende giocando con la polvere, allora vale la pena tentare. È quello che fa Milo De Angelis nel suo (e l’aggettivo possessivo non è casuale) De Rerum Natura (Mondadori Lo Specchio, 2022), traduzione dell’opera di Lucrezio. Io Lucrezio, a differenza di De Angelis, non l’ho conosciuto a fondo. Sono inciampata nei suoi versi, ho attraverso i libri del suo poema, ma non ho mai conversato a lungo con lui: piuttosto, ho ascoltato la sua voce come un’eco lontana, mentre viaggiavamo insieme, in direzioni diverse. Eppure, essendo questo anno de “Le Antichità di Alma” dedicato al viaggio, attraversare di corsa la terra di Lucrezio facendosi strada con gli strumenti offerti da De Angelis mi è sembrata un’avventura degna di essere raccontata.



Sarò dunque personale, come in tanti reportage di viaggio tocca essere, per evitare l’ipocrisia. Le mie incursioni nelle lande lucreziane hanno una storia, anche se breve. Incontrata a brani prima e a libri interi poi, l’impresa titanica del De Rerum Natura non è mai stata per me una lettura continuativa. Eppure, ha attraversato una fetta significativa della mia vita fatta di contraddizioni, crisi e passaggi. Lucrezio risponde pienamente alla chiamata che tocca a tutti i grandi poeti: è un poeta della contraddizione, della crisi e anche del passaggio. Un uomo che vive sul crinale delle cose, nella vertigine insita in chi sa guardare lontano. E non è un caso che per Milo De Angelis questo “amico di vecchia data” sia definito nell’introduzione alla sua traduzione un «poeta della tempesta», uno a cui è difficile stare accanto.


«Nell’inverno del 1417 avviene una scoperta che cambierà la nostra visione del mondo»: si apre così l’introduzione vergata da Milo De Angelis per la sua traduzione del poema lucreziano. Sono tre le parole chiave che ho sentito potenti nel ripensare al mio viaggio tra i versi di Lucrezio prima e dopo l’incontro con la traduzione di De Angelis. Tre parole che da questa prima riga in poi sono servite a illuminare i miei passi lungo gli esametri di Lucrezio e trovare così la via più adatta a percorrerlo.

La scoperta, in primis. Il De Rerum Natura è un libro altamente celebrativo: è un’apologia della ricerca fine a sé stessa, una ricerca che parte dalla mente e porta poi a partorire la scoperta, intesa dal poeta come lascito all’umanità. In questo senso il De Rerum Natura è senza dubbio un libro apologetico. Epicuro ne permea ogni angolo e lascia traccia di sé a ogni svolta. Sapiente divinizzato, Epicuro non è per Lucrezio un dio in sé e per sé ma quanto di più vicino a un dio l’uomo possa diventare in vita e questo è il più alto risultato che, nell’ottica del poeta, possa essere raggiunto da una creatura mortale. Epicuro è uno di quelli che «hanno osato / far vacillare le mura dell’universo con la loro dottrina / e hanno voluto spegnere nel cielo questo sole glorioso / contaminando con parole mortali degli esseri immortali». La scoperta che scaturisce dal porsi domande e si veste di versi è l’oggetto stesso del poema. Una ricerca atta a conoscere ciò che c’è, una scoperta misurata sulla comprensione di ciò che potrebbe esserci e un successo nascosto nel tentativo di sbrogliare i fili della trama universale in cui siamo tutti impigliati.

Visione è la seconda parola chiave di quest’opera. Per ricercare serve visione, serve cioè, come Lucrezio mostra di verso in verso, saper guardare alle cose con occhio interessato, scivolando oltre quello che è noto per sentito dire, scrutando i movimenti del cielo e l’evoluzione delle cose in ogni momento della propria vita per poter dire un giorno, fosse anche alla fine di tutto, “io ho conosciuto, per averlo osservato, il mondo”. Non è un caso che la cultura latina venga dopo quella greca, la quale per prima aveva insegnato l’imprescindibile relazione tra il vedere e il sapere: al presente del verbo greco oráō, “vedere” in greco, corrisponde il perfetto oîda, che significa aver visto e quindi sapere. E questa è proprio la conoscenza che permette di stare al mondo e guardare il quotidiano con gli occhi di vuole indagarlo in ogni sua parte:


«Sovente, davanti agli splendidi templi degli dei, / ai piedi degli altari dove brucia l’incenso, si accascia un vitello / sacrificato e un fiume caldo di sangue gli esce dal petto. / la madre a cui è stato strappato percorre i verdi pascoli, / cerca di trovare per terra l’impronta dei suoi zoccoli, / posa dappertutto il suo sguardo, spera con tutte le forze / di scorgere da qualche parte il figlio perduto. Resa immobile / alle soglie del bosco, lo riempiei dei suoi lamenti disperati, / in perda all’angoscia torna indietro a cercarlo nella stalla. / Né i teneri salici né l’erba ricca di rugiada né i suoi amati/ corsi d’acqua che scorrono a filo delle rive possono consolare / il suo cuore o scacciare la sua sofferenza improvvisa».


E infine il mondo. Un mondo di cui facciamo parte e che quindi scopriamo e vediamo dall’interno e che è la grandiosa scenografia di questo poema che lungi dall’essere una noiosa trattazione scientifica si pone piuttosto al lettore come l’epica di ciò che esiste e che può essere spiegato. Con Lucrezio la scienza ha vinto. Le parole che raccontano il nostro mondo hanno superato qualsiasi Troia, qualsiasi porto misterioso cui Odisseo sia mai approdato, qualsiasi creatura fantasiosa che la mente di un altro poeta abbia partorito. È il mondo, il nostro, a meritare il podio. Il mondo di Lucrezio però non è una trama statica, ma un luogo sconvolto, in perenne evoluzione e movimento. Si parla di un universo fatto di atomi che cadono a pioggia scontrandosi per casi non meglio definibili, abbracciandosi per dar forma alla terra e al sole e al cielo e alla sfera della luna. È un mondo di terremoti e maremoti, di pesti e vertiginose profondità, abissi marini insondabili che ci visitano sotto forma di burrasche in una gamma della distruzione mai esaurita, dove natura è ciò che è nativo, che ha cioè inizio così come senza eccezioni fine. Una fine che non illude, che bussa alla porta inesorabile perché strettamente e profondamente stabilita, dall’inizio dei tempi.


«Tuttavia l’insieme delle cose non si consuma e rimane intatto. / Infatti i vari elementi, staccandosi da ciascun corpo, / riducono quello che lasciano ma accrescono quello che trovano, / fanno invecchiare una cosa per farne poi sbocciare un’altra./ E non si fermano mai. Così l’insieme delle cose si rinnova / continuamente e in questo scambio reciproco vivono i mortali / sulla terra, dove si sviluppano alcune specie e ne scompaiono altre, dove le generazioni si sostituiscono in un breve giro di tempo / e come gli atleti di una staffetta si passano la fiaccola della vita».


Natura, angoscia, peste di Atene e amore: sono questi i momenti del De Rerum Natura che Milo De Angelis ama fissare nella mente dei propri lettori, sin dai tempi di Sotto la scure silenziosa (SE, 2005). Sono temi amati e a lungo frequentati dal poeta italiano che per molti anni, come dice ancora una volta nell’introduzione a questa nuova traduzione del De Rerum Natura, ha «soggiornato nella dimora del poeta, abitato quelle stanze, attraversati quei corridoi, sentito quei suoni, visto dalla finestra ciò che lui aveva già visto, senza avere udito tra le pareti l’eco della sua voce e senza avere colto nelle sue parole un desiderio di essere “tradotte”, ossia letteralmente “condotte al di là”, “condotte oltre”».

Un esempio tratto dal poema che mi sta molto a cuore e che delinea alla perfezione il concetto di contraddizione cui il poema lucreziano sa dare corpo è l’idea di clinamen. In una natura perfettamente meccanica, dove ogni corpo è sottoposto a precise leggi fisiche, qualcosa irrompe e stravolge le regole.


«E ancora. Ogni movimento è connesso agli altri movimenti / e, secondo un ordine sancito, da quello vecchio sorge sempre / quello nuovo. Ecco, se gli atomi non imprimessero uno scarto, / se non iniziassero un movimento capace di interrompere / le leggi del fato, se non spezzassero la catena delle cause, / mi chiedo da dove nascerebbe la libertà accordata ai viventi, / da dove verrebbe questa volontà strappata al destino / grazie alla quale tutti noi andiamo dove ci spinge il desiderio / e cambiamo direzione a nostro piacimento: non in un momento / o in ogni luogo stabilito ma quando è il nostro spirito a deciderlo».


Ho letto Lucrezio, quest’anno, per sapere se questo scarto era anche nelle mie possibilità, quando meno me ne rendo conto. Ho letto Lucrezio, quest’anno, per vedere ciò che non mi è dato vedere. Le costellazioni che si infiammano e sciolgono il vuoto, il nero del cielo, l’acqua che sale e scende in molecole minuscole, come i grani di polvere che danzano nel vento. Le orbite, i tragitti del sole, i volti della Luna, le maree prima che ci fosse la terra e la terra quando cadde al centro del mondo, attratta da un’inspiegabile forza di gravità. E ho letto tutto per sapere che potevo esserci anche io, in questo scontrarsi caotico di corpi e sostanze, di materia e molecole. Per sapere che anche io potevo scindermi e dividermi in parti e occupare più spazio di quello che vedo e che sento. Che anche io potevo arrivare lì dove la morte non ha senso, dove persino i defunti non sono altro che momenti di tempo racchiusi in un pugno di sabbia, dove il ricordo della persona che più si è amata al mondo è diventato germoglio strappato dal vento, briciola trasformata in stella. Per guardare insieme a lei il mondo cadere e disfarsi in fili d’aria più spessa, intrecciati come eliche di un DNA mai più replicabile. Come essere vivi in un dato istante e poi non più.


«E poiché sappiamo che fuori dal mondo non esiste nulla, / il mondo stesso non ha una frontiera, un estremo, una misura. / E non importa che tu abiti in una regione oppure in un’altra, perché in qualunque luogo tu sia l’universo / spalanca le sue distese smisurate in ogni direzione».


Della solitudine di Lucrezio – che forte e silenziosa trapela dai suoi versi impregnati di immensità – ho condiviso lo sguardo teso al cielo in cerca di risposte, della musica di De Angelis la danza scanzonata della Via Lattea e il verso lungo che accoglie nella mia lingua nativa la durezza talvolta aspra dell’esametro latino, trasformandola in un canto che per quanto duro sappia scorrere come acqua e trovare un posto per rimanere dentro alla mente e agli occhi. Di loro ho condiviso queste cose e chissà che in un mondo altro loro di me possano condividere questa mia morte che non ho mai saputo spiegarmi, se non con quell’angoscia piena che i versi di questo poema depongono oltre i confini del mondo. Lì dove è tutto un armarsi di intenti e uno scontrarsi di movimenti, senza fine, senza sosta.

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