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  • Martina Toppi

Le antichità di Alma (appuntamento n°6)

«QUESTO PICCOLO GRANDE MONDO», POESIE DALLA GRECIA


L’antichità classica di per sé non è un bacino inesauribile: come tutte le cose umane ha un inizio e una fine. Certo è però che il passato rimane un caleidoscopio di misteri ancora da scoprire, anche se ricostruire un’idea dell’antichità è un compito arduo e restituire del tutto al presente ciò che fu è a tratti impossibile. Ma l’antichità classica è inevitabilmente stata, ovvero è accaduta, e in questa declinazione passata dei verbi con i quali se ne scrive risiede per noi la possibilità di reimparare a conoscerla.

C’è modo di chiudere il cerchio e isolare quel passato in una parentesi ben collocata nel tempo, esaurita in sé stessa? Cito Calvino senza sorprendere nessuno, ma per il puro gusto di schierarmi in una questione che non smette, da dieci anni a questa parte, di interrogarmi sul perché ancora apriamo quei libri e vi cerchiamo l’inedito, la scoperta: «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire». L’enunciato è di una semplicità sconcertante: i classici non hanno mai finito di parlarci. Mai. Per questo, mi dico, all’antichità classica torniamo instancabili, ricercandola e scavandola con i metodi più vari. Ci sono la filologia, l’archeologia, la storia, la letteratura critica e poi, da ultimo ma forse non così scontato, c’è anche il viaggio.

Il viaggio acquisisce nello studio dell’antichità classica una funzione peculiare di ricongiungimento a ciò che si è stati o si sarebbe potuti essere in quanto uomini e donne. Viaggiare nello spazio – e in determinati spazi soprattutto – concede la grazia misteriosa di penetrare anche le barriere del tempo e scoprirsi, di fronte alle imagines antiche, gli stessi di sempre e improvvisamente nuovi. Una tendenza che ci caratterizza in quanto esseri umani: è anche per questo che gli antichi romani, ad esempio, organizzavano i funerali con processioni di imagines dei loro antenati, ovvero per cercare nella morte uno specchio del passato e riconoscersi in quello specchio, gettando al tempo stesso una passerella verso il futuro. E poco importa se della passerella si vede solo il principio, se l’estrema propaggine si perde nell’orizzonte fosco, dove la curva del mare sconfina nel cielo, come un’isola immaginaria. Il viaggio nell’antichità classica spesso non promette da subito un punto d’arrivo, ma certo suggerisce un’avventura.

Allora questo preambolo forse poco necessario al lettore, ma indispensabile a chi scrive, mette pace alla solo apparente incoerenza che siede dietro alla decisione di iniziare questa nuova stagione de “Le Antichità di Alma” con una poesia che non appartiene al passato classico per collocazione cronologica, ma certamente ne fa parte per derivazione affettiva.


GENESI DI UN UNIVERSO: LA GRECIA DI OGGI, LA GRECIA ETERNA


A un tratto ristette a meditare,

un che di arduo un che di sublime


l’Olimpo, il Taigeto

“Qualcosa che ti resti a sostenerti

anche da morto” disse


E fra le pietre dentro trasse i fili

e dal ventre della terra alzò lastre di scisto

e all’intorno sui declivi fissò ampie scalinate


da solo lì pose


candide fonti di marmo


mulini a vento

volte piccole rosate

alte colombaie traforate


E la Virtù, con retti i quattro spigoli,


[…]


Ancora nell’argilla un po’ di spirito


Allora parlò – e nacque il mare


E vidi e ammirai

E dentro seminava microcosmi – a immagine


e somiglianza mia:


cavalli di pietra con erta la criniera


e il sereno delle anfore

e inarcati i dorsi dei delfini

Ios, Sìkinos, Sèrifos e Milos


“Ogni parola una rondine a

a darti primavera nell’estate” disse


“E migliaia di ulivi


a filtrare la luce fra le dita

che scenderà leggera sul tuo sonno


E tante le cicale

da non sentirle


come non senti battere il tuo polso


ma l’acqua poca


per venerarla come dio, carpire il senso del suo verbo


E tutto solo l’albero


senza gregge

per fartelo amico

e conoscere il nome suo prezioso


parca ai tuoi piedi la terra

da non aver che mettere radici

e scendere sul fondo, sempre più,


e sopra un cielo immenso

e leggervi – da solo – l’infinito”


QUESTO

piccolo grande mondo!


(Odysseas Elytis, da Axion esti, la “Genesi”, trad. A. Capra)



Dopo aver viaggiato per un anno tra le stelle, torniamo sulla terra.

Ma la terra in questione non è una qualsiasi, di quelle che si calcano dimenticando ogni passo tracciato. Piuttosto la terra dentro la quale i versi ci guideranno, esploratori persi tra le parole di una poesia, è una terra che lascia «liberi e interi», come diceva Henry Miller in un libro del 1941. Percorrere la Grecia significa imparare a dare nuova profondità alla luce, che filtra non solo dalle persiane attaccate da un sole mai arreso, ma anche dalle parole di un tempo antico, che non cessano di essere presenti. Elytis, Nobel per la letteratura nel 1979, nella poesia proposta in apertura a questo primo approdo del nostro viaggio, individua nella Grecia “QUESTO / piccolo grande mondo”: un mondo che nelle prossime puntate delle “Antichità di Alma” esploreremo attraverso la poesia.

Terra senza tempo, dove i secoli si rincorrono tra rocce sferzate da vento e sale, per Elytis la Grecia è il luogo dove persino gli alberi hanno versi da recitare. La forza della poesia di Elytis è quella di riuscire a cucire insieme l’antico e il contemporaneo, portando il lettore a riflettere sul senso di un tempo che nella poesia si allarga, avvolgendo anche noi lettori, che diventiamo così non spettatori ma compagni di un viaggio che si ripropone instancabile, eterno. Perché se anche non vediamo più l’Olimpo con gli stessi occhi dell’età classica, certo identici sono i rami d’ulivo attraverso cui filtra la luce del cielo su cui si affaccia la sua cima. E proprio la luce della Grecia, quasi impossibile da intrappolare in versi, era per Henry Miller - viaggiatore colto di sorpresa dalla magia ellenica –«luce degli altri mondi» e in quella luce, dice, «io colsi la vecchia e la nuova Grecia nella loro morbida trasparenza e così esse mi rimangono nella memoria. Capii in quel momento che non c’è vecchio e nuovo, c’è solo la Grecia, un mondo concepito e creato per l’eternità̀».


VARCHI E LIMINI: VOLI ELLENICI IN POESIA


«Ed ella entrò in casa, la figlia di Zeus Afrodite,


ma Era d’un balzo lasciò la vetta d’Olimpo,


venne giù nella Pieria, nell’amabile Ematia,


si lanciò verso le cime nevose dei Traci che allevan cavalli,


vette altissime: coi piedi non toccava la terra.


Dall’Atos si buttò verso l’ondoso mare,


e giunse a Lemno, città del divino Tòante


[…]


Ma quando ebbe giurato, perfetto il giuramento,


mossero, lasciando la città d’Imbro e di Lemno,


vestiti d’aria, compiendo in fretta il cammino.


Raggiunsero l’Ida ricca di vene, madre di fiere,


e il Lecto: qui lasciarono il mare e sopra la terra


andavano, si piegavano sotto i piedi le cime dei boschi»


Il. 14.224-230 / 280-285


I versi di Elytis sono solo apparentemente distanti da questo estratto dell’Iliade: il tempo può aver cambiato l’aspetto delle cose, ma non l’animo dei greci. È attraverso i loro occhi che la terra ellenica si propone a noi inedita eppure ben nota. Leggere i versi di Omero costituisce allora un altro varco privilegiato, per sbirciare un mondo cui, dopo averne calcato mari e monti, ci sembrerà inevitabile appartenere. La Grecia di Omero è, come per Elytis, un piccolo, grande mondo frammentato, che serba dentro di sé tutto ciò che per un viaggiatore è desiderabile.

All’interno dell’epica omerica i luoghi della Grecia sono sempre intrisi di un profondo senso del sacro e acquisiscono la propria identità in relazione alla presenza degli dei. Ed è proprio tramite gli dei e in particolare attraverso i loro occhi immortali che il poeta suggerisce l’immagine del mondo così come doveva essere percepito dagli antichi. Questi dei omerici viaggiano in luoghi particolari, ubicazioni liminari, dove il cielo incontra il mare e ciò che è immortale si tuffa nel tempo limitato della vita umana: luoghi di confine tra reale e ultraterreno che solo la Grecia sembra saper offrire.

Tra i luoghi citati c’è la Pieria, una contrada della Macedonia, che il poeta indica al lettore col suo nome originario, Ematia. Segue la Tracia, terra montana, dove svettano le cime nevose. E poi ancora il Monte Athos, che sorge come un re divino sul mare gonfio di vento. Ed è proprio attraverso il mare che gli dei viaggiano, tra le onde, fino a Lemno. Sono leggeri, Era e Sonno, mentre sorvolano un luogo che sembra avere da offrire tanto agli occhi immortali quanto a quelli umani una tale varietà di paesaggi da poter azzardare che tutto il mondo, in qualche modo, affondi qualcuna delle sue radici in Grecia. Non mancano i boschi, che si piegano sotto i loro piedi divino e nemmeno le pianure, distese a perdita d’occhio di isole abbracciate dal mare e dal sole e poi, naturalmente, la civiltà umana. Sono cittadelle, agglomerati urbani che punteggiano questi luoghi remoti, estremi, collocati nella Grecia settentrionale, e che sanno luoghi di passaggio in cui le distanze si annullano. Lì il cielo sfiora il mare, gli dei visitano gli uomini, l’ignoto abbraccia la nota solidità di una città, la paura della montagna misteriosa e del bosco selvaggio è mitigata da questa sacralità che tutto avvolge, in Grecia.


UNA TERRA DOVE LA VITA «PUÒ ESSERE VISSUTA MAGNIFICAMENTE»


L’idea è che, in fondo, si potrebbe continuare a viaggiare per la Grecia senza riuscire mai a coglierne a fondo quell’essenza che, proprio come diceva Miller, è «luce di altri mondi». Non è allora un caso che quella che per il poeta novecentesco è luce, per il poeta antico fosse invece sacralità. Le due definizioni di per sé non si escludono ma anzi denunciano un comune sentire nei confronti di una terra che permette a tutti coloro che per sorte o volontà la attraversano di sbirciare oltre questo mondo.

La Grecia di cui ci parla Omero in questi due brani è sì una Grecia remota e misteriosa, ma non per questo estranea: la Grecia non lo è mai. Non lo è proprio in virtù di questa sacralità che avvicina i luoghi ai vissuti interiori e personali, così come a un sentimento collettivo che lega a sé gli scorci più diversi, le terre più distanti, fintanto che siano tutte, separate e insieme, ammantate da quella luce, capace di filtrare tra le dita che tentano di stringerla. Come diceva Elytis, in apertura di questo articolo, si tratta di una terra «… a immagin / e somiglianza mia».

Anche a noi uomini di oggi è dato di ripercorrere quegli stessi voli degli dei omerici e guardare la Grecia con gli stessi occhi di attesa speranzosa con cui veniva ammirata da chi scorgeva, tra le cime dei pini e il luccichio dei pesci guizzanti nel mare, una parvenza di alterità inspiegabile. Nel mistero che la Grecia non cessa di sollevare in chi ne ripercorre le strade, i poeti hanno trovato ,fin dall’inizio della storia della letteratura occidentale, materiale per cantare una vita che «può essere vissuta magnificamente», per usare ancora una volta le parole di Henry Miller.

La Grecia certo ce lo può insegnare.

«La Grecia mi aveva reso libero e intero. Mi sentivo pronto ad affrontare il drago e a ucciderlo, perché già lo avevo ucciso nel mio cuore. Camminavo come sul velluto, rendendo silenziosamente omaggio e ringraziamento alla piccola schiera di amici che mi ero fatto in Grecia. Amo quegli uomini, uno per uno, per avermi rivelato le vere proporzioni dell’essere umano. Amo il suolo in cui sono cresciuti, l’albero da cui sono germogliati, la luce in cui sono fioriti, la bontà, l’integrità, la carità che essi emanavano. Mi hanno portato faccia a faccia con me stesso, mi hanno mondato dall’odio, dalla gelosia, dall’invidia. E, cosa non ultima, mi hanno dimostrato con il loro esempio che la vita può essere vissuta magnificamente a ogni livello, in ogni clima, in qualsiasi condizione. A chi pensa che la Grecia oggi sia un paese senza importanza voglio dire che non potrebbe commettere errore più grande. Oggi come un tempo la Grecia è della massima importanza per chiunque cerchi di trovare se stesso» (Henry Miller, 1941).


1. Andrea Capra, Cecilia Nobili e Stefano Martinelli Tempesta (a cura di), Philoxenia. Viaggi e viaggiatori nella Grecia di ieri e di oggi, Mimesis Edizioni, Classici Contro, 2020.

2. Miller, H. 1941 The Colossus of Maroussi, Colt Press, San Francisco, tr. it. di Franco Salvatorelli, Il colosso di Marussi, Adelphi, Milano 2000.

3. Greta Castrucci, Omero e l’Egeo settentrionale come “spazio del sacro”. Samotracia e le isole circostanti: a metà strada tra il cielo e i fondali del mare (sulla rotta dei voli degli dei), ACME, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano vol. LXII, fascicolo II, 2010.

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