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  • Martina Toppi

Le antichità di Alma (appuntamento n°2)

PERDERSI NELLA NOTTE: COSA SUCCEDE ALL’UOMO QUANDO L’OROLOGIO DEL CIELO SI FERMA?


Pensando alla navigazione nella letteratura greca, il primo nome che ci sale a fior di labbra è molto probabilmente quello di Odisseo. Le sue avventure prendono piede tra le onde di un mare vastissimo, che in più occasioni Omero stesso non esita a definire infinito, con un’iperbole che sembra voler significare molto di più di un’apparente esagerazione. L’infinità del mare non si misura nell’Odissea rispetto alla sua estensione, ma rispetto alla sua navigabilità: il mare che Odisseo solca è infinito perché infinite sono le rotte che un uomo in mezzo alle acque potrebbe intraprendere. In un mare come questo perdersi è facile, soprattutto per un popolo, come quello dei greci dell’età arcaica, che praticava spesso una navigazione di cabotaggio, ovvero con la terra sempre in vista. C’è un’immagine dell’Odissea che sa trasmettere con impetuosità la consapevolezza del mare come regno delle infinite possibilità, una consapevolezza che gli antichi possedevano con più forza di noi. È l’immagine della chiglia che si apre la strada tra i flutti, segnando una via. Una via di schiuma e onde che alle spalle di chi dirige il timone viene subito cancellata dal richiudersi delle acque. Quante volte le onde si sono chiuse sul tracciato di Odisseo sballottato tra i flutti, spesso preda di una volontà più forte della sua. Odisseo non conosce la strada, ma certo stringe nel suo cuore la meta: un’Itaca cui fare ritorno, che, come il suo eroe, è dispersa in questa intricata rete di rotte.



Come può Odisseo non sentirsi perso? La prima indicazione di una chiara rotta da seguire gli giunge durante il soggiorno forzato presso l’isola di Ogigia, l’isola di Calipso che giace nell’ombelico del mare, dove l’eroe sembra aver perso il senso del tempo e dello spazio. È Ermes, per volere di Zeus, a raggiungere quest’isola remota per richiamarlo ai suoi doveri e ricordargli l’impellente desiderio del ritorno. Ed è Ermes quindi a sciogliere i nodi alle vele e al cuore dell’eroe, che è pronto per rimettersi sulla distesa blu. Calipso allora, affinché Odisseo non debba nuovamente affrontare l’estensione delle acque armato solo del proprio intuito, gli dona una rotta: «[…] scorta non potrò dargliene certo, / non ho navi provviste di remi, non ho compagni, / che lo trasportino sul dorso ampio del mare. / Ma gli darò consigli con cuore amico, non gli tacerò/ come tornerà illeso alla terra dei padri.» Ma la rotta che Odisseo dovrà seguire è indicata questa volta non dal profilo della costa e dagli approdi, entrambi lontanissimi dall’isola di Ogigia nell’ombelico del mare, ma dalle stelle:


«Lieto del vento, distese le vele Odisseo luminoso.

Così col timone drizzava il cammino sapientemente,

seduto: mai sonno sugli occhi cadeva,

fissi alle Pleiadi, fissi a Boote che tardi tramonta,

e all’Orsa, che chiamano pure col nome di Carro,

e sempre si gira e Orione guarda paurosa,

e sola non ha parte ai lavacri d’Oceano;

quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa,

di tenere a sinistra nel traversare il mare.» (Odissea, 272-277) [1]


Odisseo naviga in questo modo per diciassette giorni, seguendo le stelle, che nel cielo si muovono danzando, girandosi, bagnandosi nell’oceano come fanciulle scherzose. È questo un passo di un’originalità disarmante dal momento che mai nessuno prima aveva in letteratura raccontato una navigazione stellare. La primitività di questa rotta si segnala nel fatto che il punto di riferimento che Calipso segnala a Odisseo è l’Orsa Maggiore, la costellazione che l’eroe deve tenere sulla sua sinistra. Un marinaio che si lasci guidare dalle stelle oggi è più facilitato di quanto non lo fosse Odisseo, poiché la posizione della stella polare coincide nel nostro cielo quasi perfettamente con il polo, mentre ai tempi in cui l’Odissea è stata scritta seguire le stelle settentrionali dell’Orsa Maggiore portava inevitabilmente fuori rotta per un massimo di circa 13°. Poco per una navigazione di un giorno, ma un problema non banale per una navigazione più prolungata. Motivo per cui già in età arcaica un altro popolo aveva invece preso come indicazione per le proprie rotte un’altra costellazione, più sicura, anche se meno visibile: l’Orsa Minore. Era ancora lungi da venire quel passaggio dall’Orsa Maggiore alla Minore, come perno della navigazione, che per i Greci fu introdotto da Talete[2]. Ma ciò che importa qui è che lo sguardo che Odisseo rivolge al cielo non è di contemplazione, ma è strumentale. Ed è sorprendente analizzare con occhio astronomico quel cielo arcaico che guida Odisseo sulla distesa di infinite rotte del mare: la configurazione delle stelle che l’eroe scorge dalla sua barca è quasi del tutto simile a quella che anche noi possiamo scorgere alzando gli occhi al cielo nelle notti più luminose. Le stelle insomma aiutano Odisseo a salvarsi da un mare che, nella letteratura greca arcaica, raramente è identificato con aggettivi positivi. Se infatti si legge con continuità questa parentesi del canto V dell’Odissea, si incontra una descrizione del mare che, nel giro di una sessantina di versi, ci lascia una chiara impressione di come gli antichi greci dovessero vedere questa distesa d’acque. Il mare è ora livido, ora instancabile, ora dotato di un ampio dorso, poi è ancora nebbioso, abisso immenso, spaventoso, invincibile. Connotazioni che tornano in un altro poeta della letteratura greca delle origini: Esiodo. Nel suo poema in esametri, Le opere e i giorni, in cui il poeta dispensa consigli pratici a chi coltiva la terra, parla del mare come di un pericolo costante, che sarebbe meglio non affrontare e che, se proprio deve essere affrontato, esige di essere solcato in un preciso periodo dell’anno. Ecco che allora tornano in soccorso dell’uomo le stelle, non tanto come una mappa, quanto piuttosto come un orologio che ricorda all’uomo di fare ogni cosa a suo tempo. C’è un tempo per seminare e uno per navigare e l’uomo antico sapeva che, per sopravvivere, era bene rispettarli.


«Ma se ti prende il desiderio della navigazione perigliosa,

nel tempo in cui le Pleiadi, fuggendo la terribile possa di Orione,

si tuffano nel mare caliginoso,

allora invero spirano i soffi dei venti da ogni direzione;

ed allora tu non tenere mai le navi sul purpureo mare,

ma ricordati di lavorare la terra, come io ti comando». (Le opere e i giorni, 618-623)[3]


Ma cosa succedeva dunque all’uomo se l’orologio del cielo si fermava? Leggendo Esiodo si comprende quanto il cielo stellato abbia un’influenza sulla vita dell’uomo e sui ritmi delle sue attività stagionali, ma leggendo Omero si intravede anche un’influenza maggiore che le stelle hanno sull’eroe, arrivando a dare una svolta concreta alla sua avventura. Un’influenza che, molti secoli dopo questi autori greci, un poeta comico latino avrebbe portato alle sue estreme conseguenze in quella che ancora oggi è forse una delle sue più note e amate commedie. Nell’Anfitrione Plauto narra l’incontro amoroso tra Giove e la bella Alcmena, unione da cui sarebbe nato l’eroe degli eroi: Eracle. Per convincere la donna a giacere con lui il padre degli dei, aduso alle metamorfosi, si tramuta nel marito di lei, Anfitrione appunto. Giove, non soddisfatto, per prolungare il piacere dell’agognato momento allunga la notte fino a farla durare tre volte tanto rispetto alla norma e mette a guardia della porta di casa Mercurio. Questi, che ha assunto le sembianze del servo di Anfitrione, comicamente chiamato Sosia, è l’interlocutore di un bizzarro dialogo nel quale la comicità del contesto esorcizza la drammaticità del tema trattato. Infatti, quando Sosia giunge alla porta di casa per annunciare il ritorno del suo padrone dalla guerra ad attenderlo trova un altro sé stesso, un doppio. Il loro incontro è anticipato da questi versi che hanno per protagoniste, ancora una volta, le costellazioni[4].


«Davvero, per Polluce, se c’è una cosa che credo e so per certo,

è proprio che ‘sta notte il dio Notturno si è addormentato sbronzo:

le sette stelle dell’Orsa non si muovono da nessuna parte nel cielo,

da nessuna parte non si sposta la Luna da quando è sorta,

e non tramontano né Orione, né la Stella della sera e nemmeno le Pleiadi.

Così ferme stan le stelle al loro posto e la notte non cede affatto il passo al giorno.» (Anfitrione, 271-276)[5]


Eccoci dunque giunti a provare ad approntare una risposta alla domanda contenuta in questo titolo: cosa succede quando il tempo si ferma? Ce lo racconta così Plauto, descrivendo la volta celeste che al volere di Giove si ferma, come un orologio inceppato. È già curioso notare la naturalezza con cui il poeta latino associa il tempo ai movimenti del cielo, un concetto che d’altro canto abbiamo già avuto modo di incrociare nel nostro ultimo appuntamento con l’antichità, leggendo gli scritti di Platone. Ma Plauto non si ferma al suggerimento di quest’interessante identità tra i movimenti degli astri e lo scorrere nel tempo. Quando il tempo si ferma e il cielo si immobilizza, è allora che l’uomo si perde. Nel momento che precede per Sosia l’incontro con il suo doppio, qualcosa lo avverte della violenza che sta per subire. Commenta così Guido Paduano la scena: «Nel percorso che riconduce a casa il reduce Sosia, si profila un’ombra indefinita, un oggetto, un’apparenza di ostacolo fisico dal quale si svilupperanno difficoltà inaspettate e incontrollabili. Prima ancora, tuttavia, Sosia ha già avvertito attorno a sé un disagio e uno squilibrio, che dalla globalità della natura e del cosmo è destinato a restringersi addosso a lui: il tempo è immobile, e la notte assume una lunghezza innaturale».[6] È già questo cielo immobile, dove tutte le costellazioni sembrano cristallizzate, che denuncia la perdita più feroce che un uomo possa subire: la perdita di sé. Si badi bene, il cielo e le stelle sono le stesse che scorge anche Odisseo sopra il mare, ma lì erano animate da un vivace movimento, che invece in questo passo plautino è loro drammaticamente sottratto. Perdere il senso del tempo e quindi del luogo in cui ci si trova è solo l’anticipazione della perdita della propria identità che Sosia vede trasferita sul corpo e nelle azioni di un altro sé. Quello che Plauto racconta è un conflitto interiore nato dall’incapacità di comprendere sé stessi: Sosia ci prova, a confronto col suo sosia Mercurio, ma invano. Potremmo dire, con Hazel E. Barnes[7], che la sua è la paura di ogni uomo contemporaneo: scoprirsi, in ultima analisi, estranei persino a sé stessi. Una paura atavica che Plauto anticipa in un’anomalia dei movimenti celesti, suggerendo forse, ancora una volta, quando il firmamento e l’uomo siano misteriosamente legati.

Ed è arrivato allora il momento di tornare all’inizio, a Odisseo abbandonato in mezzo al mare. Come Sosia, anche Odisseo è un reduce che fa ritorno e, come Sosia, anche Odisseo rischia di perdere sé stesso nelle infinite rotte del mare. «[…] il mare, il mare navigabile, ci ricorda che nel gioco infinito delle possibilità, dobbiamo sceglierne una e che è importante aprirsi una via e insieme sapere a quante hai rinunciato. Ancora una volta: il mare è la totalità delle strade possibili, ma vivere significa sceglierne una e insieme guardare alle altre e sapere che a qualcosa si è rinunciato» dice Paolo Spinicci nel suo “Itaca, infine. Saggi sull’Odissea e la filosofia dell’immaginazione”[8]. Ciò che garantisce a Odisseo il ritorno è l’identità della via, consequenziale all’identità della scelta, frutto dell’identità dell’eroe. Tra le infinite vie l’eroe sceglie il ritorno, l’unica per lui ammissibile, e può farlo proprio perché alzando gli occhi al cielo vede nei movimenti delle stelle la rotta nella quale inscrivere il futuro che si è scelto. Senza quella, Odisseo non solo non saprebbe dove andare, ma non riuscirebbe nemmeno a capire dove si trova e, come ci insegna l’esperienza di Sosia, forse nemmeno saprebbe chi è. Il cielo era per gli antichi un orologio celeste da guardare con occhio tecnico. Ma dietro ai ritmi del raccolto, ai tempi della navigazione, alle strade che portano a casa, si celava per loro la capacità di riconoscersi e affermare la propria identità. Senza le stelle, forse ci si potrebbe arrischiare a dire, rischieremmo di non sapere nemmeno chi siamo.


[1] Omero, Odissea. Volume II. Libri V-VIII. A cura di John Bryan Hainsworth. Traduzione di G.Aurelio Privitera, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore, 1991. [2] Il grande racconto delle stelle, Piero Boitani, il Mulino, 2012, pp.25-26. [3] Opere di Esiodo, a cura di Aristide Colonna, UTET, 1977. [4] Ita statim stant signa: riflessioni sopra il cielo dell’Amphitruo plautino, Gioachino Chiarini, Pallas no. 54, 2000, pp. 259-267. [5] Plauto, Anfitrione, con prefazione di Cesare Questa, introduzione di Guido Paduano e traduzione di Mario Scàndola. BUR, 2002, p. 73. [6] Ibidem. [7] The case of Sosia versus Sosia, Hazel E. Barnes, The Classical Journal, Vol. 53, 1957, pp. 19-24. [8] Itaca, infine. Saggi sull’Odissea e la filosofia dell’immaginazione, Paolo Spinicci, Mimesis Edizioni, 2016.

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