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  • Martina Toppi

Le antichità di Alma

Con questo articolo viene inaugurata la nuova rubrica di Alma, Le antichità di Alma, a cura di Martina Toppi. La rubrica accompagnerà il nostro blog nel tempo a venire, con cadenza mensile e con un tema annuale che ne costituirà il filo rosso. Protagonisti di queste uscite saranno i versi e i poeti dell’antichità classica, greco-latina, che verranno proposti in relazione al tema scelto per l’annualità corrente e accompagnati da note di lettura volte non tanto a fornirne un’ermeneutica approfondita, quanto piuttosto a suggerire tematiche e questioni che ancora oggi queste voci dal passato comunicano alla nostra società. Non è casuale infatti la scelta dell’espressione “le antichità” che, sebbene nella sua specificità faccia riferimento agli usi degli antichi e alle discipline sussidiarie alla storia antica, è qui intesa come uno sguardo globale sul significato che la parola poetica costituiva per le società antiche e può ancora costituire per noi. «Il passato non è morto. Non è mai nemmeno passato» diceva Faulkner in uno dei suoi capolavori letterari, Requiem per una monaca. Ciò che permette al passato di restare in vita, nonostante i suoi attori siano scomparsi, è l’influenza profonda, anche se a tratti inavvertita, che ancora oggi ha su di noi. Il tempo in fondo non è costituito da comparti stagni, ma è piuttosto un flusso continuo, al cui interno gli eventi avvengono, sono avvenuti e avverranno. Il passato ci interessa profondamente però in momenti particolari della nostra esistenza: le crisi. Quando ci troviamo sul crinale tra un’epoca e quella successiva e cerchiamo soluzioni ai nostri problemi, il nostro primo istinto è quello di guardarci indietro e chiederci: “dov’è stato l’errore?” o ancora “è già avvenuto qualcosa di simile? E se sì, com’è stata affrontata questa situazione prima di noi?”. Dario Del Corno, grecista, traduttore ed esperto di teatro greco, nell’introduzione al suo manuale di Letteratura Greca scrisse: «Nella fase di crisi che la nostra civiltà attualmente attraversa, un consapevole approfondimento delle ragioni intellettuali che ne produssero la nascita rappresenta un veicolo indispensabile per comprendere il presente e progettare il futuro». In queste parole è insito l’obiettivo che questa rubrica a cadenza mensile vuole avere: in questo tempo di crisi, durante il quale ci troviamo di fronte a uno shock generazionale destinato a cambiare ciascuno di noi e la nostra società nella sua interezza, proveremo a immergere il nostro sguardo nel fiume del tempo, leggendo i versi che dal passato classico sono giunti fino a noi, per farne uno strumento. Uno strumento che non ci dia solo l’occasione di comprendere meglio noi stessi, ma anche per costruire un’idea di futuro più consapevole. La presenza di una simile rubrica su un blog letterario, quale Alma è, ha poi l’obiettivo di rendere fruibile alcuni poeti della letteratura classica, altrimenti poco frequentati, proponendone una lettura che non sia accademica, ma finalizzata a suscitare nei lettori la curiosità e la spinta ad approfondire un mondo che ci appare lontano, ma che in fondo è ancora e sempre il nostro perché la poesia, in qualsiasi epoca sorga, è irriducibilmente proiettata oltre il presente contingente.



LA MUSICA DELLE SFERE: POESIA E STELLE

Il primo tema di cui ci occuperemo nel corso del 2021 è indirizzato a portare alla luce questo legame indissolubile tra l’uomo antico e l’uomo contemporaneo partendo da una problematica comune a entrambi: il rapporto con le stelle. Il critico letterario Ivor Armstrong Richards, in Scienza e poesia (1926), scrisse che il compito del poeta consiste nel dare ordine e coerenza a un corpo di esperienze; un’affermazione con la quale si sposa perfettamente quanto sostenuto da Mario Luzi in Vero e verso. Scritti sui poeti e sulla letteratura (2002): «Qualunque vera e motivata poesia tende a ricostruire un universo perduto: anche se non lo sa, fa questo; e si tende e si modella a questa aspirazione, a quel fine per la maggior parte inconscio.». Dare un significato a quello che succede nel mondo, ricostruire un ordine al caos di incognite che ci troviamo ad affrontare, ricostruire un universo che è tanto interno quanto esterno, sono alcuni tra gli stimoli più forti che fin dall’antichità spingono l’uomo a riempire con la propria parola poetica le immensità di vuoto e incognite che pesano sulle nostre teste. Il cielo per i poeti antichi era proprio questo: una prospettiva nuova per cercare risposte alle domande di sempre. Alzare lo sguardo al cielo, mettendone in versi i movimenti, imitando con la musicalità della parola quella che Pitagora prima e Platone poi definirono “musica delle sfere”, significava indagare profondamente la propria interiorità, intessendo con l’universo un legame fondato sulla meraviglia. Ed è proprio l’elemento musicale ciò che rendeva indissolubile questa ricerca conoscitiva della parola poetica. Dallo stupore alla domanda alla poesia come tentativo di risposta: ecco il percorso che proveremo a delineare nei prossimi mesi. D’altra parte ancora oggi è dallo stupore che nascono tanto le poesie quanto le grandi indagini della scienza, come ha perfettamente evidenziato Marco Pivato nel suo Noverar le stelle. Che cosa hanno in comune scienziati e poeti (2015).

Interrogheremo allora i poeti antichi per scoprire quali domande rivolgevano al cielo, quali risposte trovavano nelle stelle e se, in qualche modo, queste sono vicine alle nostre. Guardare il cielo in fondo è sempre dare uno sguardo al passato, se solo pensiamo che la luce delle stelle è un ricordo di qualcosa che è stato e che tuttavia ci permette di comprendere ciò che è e prospettare ciò che sarà.

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