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  • Claudia Piccinno

I Ponti di Alma: Patrick Branwell Brontë

Dobbiamo essere grati all'eccellente traduttore Silvio Raffo per questa edizione in lingua italiana di alcune liriche del poeta Brontë. Pur essendo innegabile che ogni traduzione è un lavoro di ricreazione, al fine di restituire con una struttura metrica similare la bellezza del suono in un'altra lingua, devo riconoscere che Raffo ha saputo rendere il messaggio e il ritmo dei componimenti mostrando estrema destrezza e fedeltà alla versione originale.

Nella prefazione, Raffo cerca di ricostruire il rapporto del giovane Brontë con le sue sorelle e i poeti del suo tempo: Coleridge e Wordsworth

Il testo è corredato dalle foto dei ritratti di famiglia eseguiti dallo stesso Brontë e ci sono anche due disegni delle residenze della famiglia.

I testi sono autonomi rispetto al ciclo di Angria e sono pubblicati col testo a fronte in lingua inglese e benché Brontë nella storia della letteratura sia ritenuto un poeta minore, ha prodotto liriche di grande valore in cui si evince tutto lo smarrimento di un trentenne deluso dalla Vita, e che associa il Futuro alla pace dell'immortalità.

Tutto lascia presagire la sua morte imminente, sebbene pare muoia di tubercolosi, aggravata dalla sua dipendenza da alcool e oppiacei. Ma egli prevede anche la damnatio memoriae a cui sarà consegnata la sua opera e la sua vita quando scrive «Dall'Oceano la marea / sommergerà la mia storia, / vorticosa acqua letèa / nell'oblio della memoria.»

In alcuni passaggi della sua biografia, ma soprattutto leggendo questi versi, ho percepito lo stesso senso di reclusione e l'anelito d'infinito tanto noti a Leopardi.

Di seguito alcuni testi esemplificativi della sua poetica, in particolare nell'Inno del dubbioso, ravvisiamo echi di Lord Byron e dell'Amleto di Shakespeare.



Peaceful Death and Painful Life


Why dost thou sorrow for the happy dead?

For if their life be lost their toils are o’er,

And woe and want can trouble them no more;

Nor ever slept they in an earthly bed

So sound as now they sleep, while dreamless laid

In the dark chambers of the unknown shore,

Where Night and Silence guard each sealed door.

So–turn from such as thee thy drooping head

And mourn the dead alive, whose spirit flies,

Whose life departs, before his death has come;

Who knows no Heaven beyond his gloomy skies;

Who sees no Hope to brighten up that gloom:

‘Tis he who feels the worm that never dies,

The real death and darkness of a tomb!

La morte dà la pace, la vita solo pena

Perché piangere i morti? Son felici:

con la vita è finito il loro affanno,

Più nessun male può far loro danno;

in letti non terreni dormono il loro sonno

senza sognare, nelle buie stanze

d'ignote spiagge_ il silenzio e la notte

fanno da guardia a sigillate porte.

Non ti paia meschina quella sorte.

Compiangi come morti tutti i vivi

il cui spirito già si è dileguato

prima che siano morti – il loro cielo

è quello che si vede dietro un velo

di terra, un cielo cupo, disperato.

Questi un verme consuma di natura immortale:

questa è morte, e clausura sepolcrale.


The doubter's Hymn


Life is a passing sleep,

Its deeds a troubled dream,

And death the dread awakening

To daylights dawning beam.


We sleep without a thought

Of what is past and o'er

Without a glimpse of consciousness

Of ought that lies before.


We dream and on our sight

A thousand visions rise

Some dark as Hell, some heavenly bright

But all are phantasies.


We wake and, oh! How fast

These mortal visions fly!

Forgot amid the wonders vast

Of immortality

And oh! When we arise,

With wildered gaze to see

The aspect of those morning skies

Where will that waking be?


How will that future seem?

What is eternity?

Is Death the sleep? -- Is Heaven the dream?

Life the reality?


L'inno del dubbioso


La vita è un sonno breve -

i suoi eventi un sogno tormentato -

la morte un risveglio improvviso

a luce d'alba lieve.


Dormiamo a lungo senza

anche un solo barlume di coscienza

di ciò che prima è stato.


Noi sogniamo, ed il nostro sguardo investe

una strana miriade di visioni:

buio d'infermo, azzurrità celeste -

sono solo fantastiche illusioni.


Ci destiamo e in un attimo fugace

ogni visione umana svanirà

dissolta nella vasta eterna pace

dell'Immortalità.


Ci sveglieremo, altri cieli

ci rapiranno gli occhi in un abbaglio -

un'alba luminosa senza veli -

Ma quale futuro quale volto avrà?


Lo vedremo? Cos'è l'Eternità?

La Morte è il sonno? - Il cielo è il sogno?

La Vita è la realtà?


Il traduttore

Silvio Raffo, romano di nascita e varesino di adozione, docente di Lettere al liceo classico e di traduzione letteraria all’Università dell’Insubria di Varese, è autore di sillogi poetiche fra cui Stanchezza di Mnemosyne (Premio Cardarelli 1983), Lampi della visione (Premio Gozzano 1988), Quel vuoto apparente (Premio Borgomanero 1995), Maternale (Premio Città di Salò 2008) , La vita irreale (Premio Pontedilegno 2016), Corpo segreto (Premio Lord Byron 2018). Come narratore, ha al suo attivo romanzi, fra cui La voce della pietra, finalista allo Strega 1997, da cui è stato tratto il film omonimo nel 2017. È il più prolifico traduttore italiano di poeti angloamericani (Emily Dickinson, Anne, Charlotte, Emily e Branwell Brontë, Dorothy Parker, Christina Rossetti, Sara Teasdale, Edna St. Vincent Millay, Wendy Cope, Alfred Douglas) e ha curato l’antologia della poesia italiana del 900 Muse del disincanto edita nel 2019 da Castelvecchi. Fondatore del Premio Morselli per romanzi inediti, ha fondato a Varese il Centro di Cultura Creativa “La Piccola Fenice”, attivo dal 1986.


Il Poeta

Patrick Branwell Brontë (26 giugno 1817 – 24 settembre 1848) è stato un pittore e scrittore inglese. Era l'unico figlio della famiglia Brontë e fratello di Charlotte, Emily e Anne. Brontë fu rigorosamente istruito a casa da suo padre e iniziò precocemente a scrivere poesie e a tradurre i classici. Su invito di Coleridge, visitò il poeta nel suo cottage che lo incoraggiò a proseguire le sue traduzioni delle Odi di Orazio. Fu anche pittore, si manteneva dipingendo ritratti, e sviluppò purtroppo una dipendenza da droghe e alcol, soffrì di depressione, forse aggravata da una relazione andata male con una donna sposata. Brontë morì all'età di 31 anni. Nel gennaio 1847 scrisse al suo amico Leyland ciò che sperava: "cercare di farmi un nome nel mondo dei posteri, senza essere assillato dai piccoli ma innumerevoli fastidi".


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