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  • Giuseppe Cavaleri

Alma & Turoldo (II Appuntamento)

«Si comincia al negativo»: l'esordio di David Maria Turoldo


L’esordio di David Maria Turoldo coincide con uno dei versi tra i più toccanti che chi scrive questo articolo ha finora incontrato. Io non ho mani che mi accarezzino il volto è la dolorosa ma consapevole confessione con cui si apre il percorso poetico del poeta servita. Parole poi fissate anche su pellicola nelle celebri foto con cui Mario Giacomelli raccontava i famosi “pretini” di Senigallia, sorpresi in attimi di spensieratezza apparentemente impossibili nell’austerità della vita monacale.

Già da quest’esordio, di cui la suddetta poesia è una delle punte più toccanti, «si comincia al negativo[1],»; nel senso in cui comincia a emergere sin dal titolo, con la particella di negazione, una tendenza della poesia di Turoldo a frequentare, per contrapporsi poi, la «seduzione del nulla» in quella lotta tra «alata presenza del divino» e «inquietante aleggiare del Nulla» che Luciano Erba individua come una costante dell’opera turoldiana. Un altro aspetto che emerge in questa raccolta e rimarrà, seppur evolvendosi e cambiando forma, nel percorso poetico di Turoldo, è il radicamento alla “terrestrità”, all’immanenza dei sensi come preludio per rivolgersi all’Essere, come si può rilevare in alcuni versi di una lirica intitolata Eppure mi tenta ancora:


potere un giorno

dire coi sensi che le cose

gridano a un essere più alto

[..]

Difficile era credere senza provare,

sono i sensi il tempio

di una incrollabile fede.


In nuce si afferma quindi un topos ricorrente nell’immaginario turoldiano che ritornerà poi nel titolo della raccolta che include l’intera produzione poetica O sensi miei, ben quarant’anni dopo. Durante questi decenni la poesia di Turoldo si staccherà dalle iniziali e forse non troppo consapevoli inclinazioni post-ermetiche delle raccolte giovanili, approdando negli anni ’70 a una poesia civile, totalmente declinata allo scontro con le ingiustizie del mondo.

Tuttavia sarà con la pubblicazione nel 1987 de Il grande male che si aprirà l’ultima sofferta stagione poetica turoldiana dove il lavoro quarantennale sul verso e sul ritmo si fonderà con l’assidua frequentazione della fonte biblica, in special modo con alcuni suoi libri particolarmente amati (e quindi tradotti, letti, riletti). Da questa raccolta in poi comincia a farsi strada un processo di innalzamento della materia poetica e dei suoi toni. Se nelle opere precedenti, infatti, il richiamo alle “cose” del mondo, spesso sotto forma di vigorosa estemporaneità, irrompeva e divorava ogni verso, il tono di queste raccolte ha un respiro più esistenziale nei temi e più meditativo nella forma, nella maniera in cui il verso polemico rallenta e diventa più magmatico e intimisticamente concluso.

Giunto alla fine del proprio cammino di uomo e di poeta il “canto” del poeta friulano si eleva e si apre a significati “altri” e solenni. Di questa ultimo periodo creativo, sicuramente il più riuscito e più evocativo, parleremo nel prossimo appuntamento della rubrica Alma&Turoldo.


[1] Cfr. LUCIANO ERBA, Il divino e il nulla nell’opera di David Maria Turoldo, in D. M. TUROLDO, Poesie sul sagrato, Novara, Interlinea, 1993.

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